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L’incapacità

Mi si crepano gli occhi come murrine sotto una pressa.
Sento le schegge di vetro della parte superficiale partire come proiettili di ghiaccio.
Quel suono scrocchiante di biscotto cristallino, il fragore fulminante della crepa nella materia.
Non scrivere per non scrivere sempre le stesse cose, o scriverle tanto per ricordare a me stesso che in fondo sono un topo grasso in un labirinto stretto, senza via di uscita.
Oppure scrivere, con la stessa intermittenza insistente di una campana funeraria.
Lo stesso suono, ripetuto con lentezza scostante. Tanto da creare l’insopportabile suspance nelle pause: ma avrà finito? Sarà l’ultimo rintocco?
Dopo essere stato soffocato da un calore alieno, marziano, per lunghi mesi eccomi di nuovo dolorante e rugginoso a massaggiarmi le giunture ai primi freddi.
Ecco l’omino di latta, senza cuore che invoca un bricco dell’olio per poter sperare ancora di muoversi.
L’omino di latta è sempre stato il mio personaggio preferito de Il Mago di Oz.
Forse perchè non mi sono mai sentito particolarmente codardo, stupido o semplicemente ansioso di tornare a casa. Non particolarmente, ho detto. In realtà ho provato queste cose a più riprese ed anche contemporaneamente (come tutti, suppongo), ma non a tal punto dal pormi un dubbio esistenziale.
Ma senza cuore, quello si.
Ovviamente non a corto di bontà come si potrebbe supporre banalmente avendo la nostra lingua una semantica incasinata sulla funzione del muscolo cardiaco, da secoli.
Ma a corto di sentimenti.
E con la pelle di latta.
Ovvero vuoto interno e impenetrabilità esterna. Unico vero nemico apparente: l’umidità.
Temere l’ossidazione perchè porta le parti a bloccarsi, a incastrarsi, a rifiutare il movimento.
Come percepisco rabbiosamente da qualche anno a questa parte: qua tutto grippa.
Grippa, come si dice nelle mie contrade, non scorre, si incastra, ci mostra in maniera plateale quello che è uno dei temi universali più fastidiosi e meno considerati dall’umanità: l’attrito.
Fa tutto attrito. Le cose non si incastrano, non scorrono, non entrano o non escono da dove dovrebbero, non scivolano, si trascinano a vicenda lacerandosi, cadendo, distruggendosi.
Come le mie giunture “in questo settembrino nebbieggiare alto che macchia l’appennino”(cit.).
E non provo molto se non una noia logorante che mi strema.
Una noia che rivaleggia con lo spleen di baudeleriana memoria. Un disgusto leggero nei confronti della vita.
E non provo niente dentro. Nella cassa risonante del mio torace fesso non c’è traccia di un cuore, ma subito sotto: tanto grasso. Tanto.
Che non posso nemmeno usare per lubrificare le parti cigolanti. Un grasso inutile ed implacabile, che alla fine vince sempre, che torna sempre, che è un destino, una condanna millennaria, un demone più forte di qualunque volontà e più antico del tempo, che alberga nel mio ventre.
Ghignante ed appallottolato.
La mia incapacità principale riguarda la felicità. Non so cosa sia, non ne conosco la gestione, non saprei come rilevarla anche se mi pendesse di fronte agli occhi.
E in fondo la fuggo e l’aborro, come tutte le cose che siamo COSTRETTI ad inseguire e da cui saremo dipendenti dalla culla alla bara: come il cibo, come l’acqua, come l’aria… come il lavoro.
Per non dover sprecare ulteriore energia anche nei confronti di questo fuggevole fuoco fatuo ho abdicato dalla ricerca di essa lustri or sono. Archiviandola tra le ricerche impossibili, come cercar draghi o rovine d’Atlantide.
Ed ora nemmeno credo più in quella altrui, che in tempi più rigogliosi ho invidiato, ma che come è sua natura non ha retto alla prova del tempo e si e mutata in mesta normalità (nella migliore delle ipotesi) o in vera fonte zampillante di infelicità.
Strana natura questa felicità.
Così instabile da non poter mantenere forma finita e definitiva, nel suo essere scintilla di falò nella notte: ardente e svolazzante per pochi secondi,  lasciando l’eternità al muto gelo della roccia.
E forse il mio corpo di metallo sente di provenire dalla roccia. Dalla sua stabilità immota, silenziosa, deprimente.
Sente il suo retaggio di minerale nascosto, sepolto.
Mentre alzo l’ascia e sento le prime gocce di pioggia vorrei piangere due lacrime d’olio per chi ci tiene veramente a questo burattino metallico… vuoto come una pentola.
Ma lo scricchiolio delle giunture mi ricorda che il tempo dell’azione è finito.
Essere una statua di ferro imbullonato o di pietra non fa molta differenza…..

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Ormai sono sulla soglia della mezza età.
Quel mezzo del cammin di nostra vita che per menti più poetiche fu un’età decisamente più bassa. I trenta anni di Dante sono i miei quaranta.
Non cambia molto a livello di selve oscure.
Anche se avrei volentieri puntato allo “splendido quarantenne” di morettiana memoria, devo ammettere di aver mancato l’obiettivo senza nemmeno sfiorarlo.
In sintesi, sulla soglia di questo portale totalmente illusorio e totalmente inventato, non mi pongo nemmeno più le mie tormentate domande.
Ho delle risposte.
O, meglio, ho una risposta.
Una sola risposta che è di nuovo il grido biblico di Qoelet: tutto è vano, tutto è inutile.
In sintesi: non me ne frega più un cazzo di cazzo di niente.
Ma niente, veramente niente.
Non c’è più nulla che mi emozioni, nulla che rapisca la mia attenzione, nulla che mi possa sembrare, a qualunque livello degno della fatica di essere fatto.
Persino lo stimolo sessuale sta scemando verso lo zero. Ho più erezioni prostatiche mattiniere che erezioni di fronte all’immensa offerta pornografica di PornHub.
Sono vecchio. Dentro.
Mi sento terribilmente vecchio.
E tutte le cose che mi circondano, che ho fatto, per le quali ho lottato, ho creduto e sudato… mi sembrano vane.
La vita stessa mi sembra ormai solo un inutile spreco di energie, un agitarsi contro l’inevitabile vuoto che sta avanzando.
Prima che i miei uterini detrattori stappino lo spumante, voglio rassicurarli sul fatto che ancora (e anzi, SEMPRE PIU’) sono convinto che mettere su il circo familiare non mi avrebbe dato una differente spinta o una prospettiva di più ampio respiro.
La mia infelicità è congenita, la mia insoddisfazione è invincibile, e la mia soglia della noia, ormai, rasenta frazioni di secondo irrilevabili se non a livello atomico.
Sono stanco.
Direi che l’unica vera sensazione che ancora mi pervada e che io riconosca come emozione umana è la stanchezza.
Stanco di lavoro, stanco di madri, stanco di case, stanco di donne, stanco di ciccia, stanco di malanni, di freddo, di caldo, stanco di essere stanco.
Stanco di tutte queste imprese eroiche in cui tutti GLI ALTRI mi coinvolgono e che devono poi andare come LORO hanno deciso. Esausto di dover tirare e spingere massi ciclopici perché qualche faraone possa godersi la propria tomba.
Stanco di dover sempre far felice qualcuno e non trovare mai qualcuno che faccia felice me.
E la colpa in questo senso non è nemmeno altrui. Perché in tanti ci provano, a farmi felice, e io provo anche una tenue compassione nei loro confronti.
Non possono avere idea del mio livello di aspettativa, dell’altissimo grado di meraviglia ormai necessario per scuotere momentaneamente il mio torpore.
Sto diventando una pietra, mi sto diluendo, rarefacendo….o come la ciurma di Davey Jones inizio a fondermi con la nave stessa, perdendomi, dissolvendomi nel tutto… quindi anche nel nulla.
C’erano opzioni percorribili che avrebbero portato  la mia esistenza ad un tenore più accettabile?
Ah, da fuori sicuramente parrebbe di si. Dall’interno… non molte.
Ho sempre cercato di FARE, di mettermi in mostra con una certa nobiltà senza sforare nell’invadenza. Ho sempre accettato le sfide che credevo avessero a che fare con me e rifiutato quelle che percepivo “aliene” alla mia sensibilità.
Non è mai arrivato nessuno a dirmi o darmi l’occasione salvifica.
Oh, si da fare tutti me lo hanno dato. Ma da fare qualcosa che avrebbe elevato anche me: NO.
Ho lavorato prevalentemente non pagato in campo artistico per tutta la vita. I veri lavori che ho fatto mi sono serviti unicamente per lo stipendio, per tutto il resto con essi non mi ci pulirei nemmeno il culo per stima nei confronti del mio sfintere.
Eh, mi dispiace. Nessuno mi ha mantenuto mentre cercavo la mia strada, mentre realizzavo uqesti famosi, occidentalissimi, mercantilissimi, capitalissimi SOGNI.
Non potevo sfoderare né l’abusata carta “paparino con i soldi” ne la famosa “ti faccio i pompini e tu mi mantieni”.
Così non sono diventato un illustratore perché non ne ho le abilità, non sono diventato un cantante lirico perché non ci ho creduto quando ero il momento giusto (e comunque non credo ce l’avrei fatta) e non ho potuto nemmeno cercarmi qualcosa di meglio mentre ero incastrato tra conti e stipendio.
Si lo so che la terra è piena di supereroi che sono capaci di fare entrambe le cose.
Io non sono un supereroe. Ma per me c’è ben poca pietà in giro.
Gli altri falliscono perché “poverini” avevano qualche impedimento inaffrontabile, io fallisco perché sono un povero coglione.
E va bene, MI STA BENE.
Tutto questo ormai mi sta bene perché NON ME NE FREGA PIU’ UN CAZZO.
Di voi, del pianeta, della razza e di tutte le sue possibilità.
Potremmo sprofondare tutti in un baratro senza fine adesso, in questo momento, e la sola emozione che proverei sarebbe un’insperata LIBERAZIONE.
Era GIUSTO che gli umani campassero quarant’anni!
Io sono pronto per il vuoto, per l’oblio, per il nulla.
Questo posto non ha più niente da darmi o dirmi. Ogni giorno è lo stesso giorno ripetuto con varianti minime. E’ un dejavu simultaneo, un flashback nel presente.
Mi sta bene sparire.
Ho cantato, ho disegnato, ho scopato, ho comprato, ho posseduto ed ho perso quello che POTEVO, non quello che VOLEVO.
Quarantanni di questa tortura sono troppi, non sono solo sufficienti.

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E’ ciclico e capita da sempre.

L’abisso mi chiama.

Dentro ci sono Chtuhlu, i sette inferi, Cernobog, Dite, il baratro di Abaddon, il Moloch, la Madonna puttana e suo figlio.

E’ un luogo non fisico ma so di starci dentro. Ed è un luogo nel quale nessuno mi potrebbe seguire.

Semplicemente perchè non hanno abbastanza immaginazione o intelligenza (o entrambe) per poterlo supporre reale e, ironicamente, lo trovo il luogo più vicino alla realtà, al verovero.

Se cercano di seguirmi, giustamente, li scaccio.

Non tanto per salvarli, ma perchè (che se ne rendano conto o meno) sono proprio loro che mi spingono in quell’abisso: gli umano che mi circondano.

Io di mio sono un tipo strano, ma possiedo anche ottime potenzialità positive. Se vengono curate, se vengono coltivate.

Altrimenti quell’energia si rivolge nel senso opposto. Ed è lunga anche la corsa al fondo dell’abisso.

Non è proprio una regola, ma è comunque semplice. Basta un minimo di sperimentazione empirica e due neuroni funzionanti per accorgersene.

Ma no, è troppo difficile per gli umani.

Gl umani hanno solo , esclusivamente, un’unica reale abilità: VENDEMMIARE I COGLIONI.

Agli esseri umani da soddisfazione vera, concreta e ineccepibile solo una cosa: dare fastidio.

Ho sempre odiato le mosche. Sempre.

Non le ho mai considerate altro che esseri esistenti unicamente per dar fastidio, essere ovunque, rendere la vita insopportabile, mangiare merda ed essere felici di mangiarla.

Poi ho passato quarant’anni nel mondo degli esseri umani.

L’unica sostanziale differenza è che gli umani non volano.

Se un umano può romperti i coglioni: lo farà!

Che sia critica, richiesta di aiuto, semplice lancio della propria merda su qualcun altro, sfogo delle proprie inadeguatezza, incapacità gestionali della vita, complessi di inferiorità o ansie, sfogo senza motivo, noncuranza, crudeltà, oppressione, logorrea, appiccicosità, pretesa, bisogni di interazione, voglia o non voglia di sesso, denaro (capitolo che da solo spiegherebbe tutto..) o semplicemanete noia…. ti verranno a cercare mentre tu pensi bellamente a mondi lontani ed ipotetici, mentre ti diverti con la tua mente meravigliosa e autorigenerante e .. TI ROMPERANNO I COGLIONI.

Oh, si bimbi belli, credeteci.

Basta che io mi spari nelle orecchie un Vivaldi, un Bach, un Handel o un pezzo pop idiota delgi anni ’80 e parto per viaggi immaginifici di forme, colori, possibilità e meraviglie sempre nuove.

Si bimbi belli. Quello che a voi succede assumendo droghe a me succede naturalmente.

Ergo, non sono mai stato io a cercare gli umani. Gli umani cercano me.

Dall’asilo, non da ieri.

E’ stato sempre, unicamente e univocamente per scopare che io ho cercato attivamente qualcuno, nell’ottica di frequentarlo.

Perchè PURTROPPO se voglio cantare una canzone con quattro strumenti che mi accompagnino mi servono quattro sacchi di carne che li suonino. Se Voglio scopare mi serve una sacco di carne con un buco.

Ecco il livello di utilità, detto senza mezzi termini, senza remore, senza che me ne freghi un cazzo.

Se alla lettura di queste righe a qualcuno si arricciasse compulsivamente il naso per il disgusto… beh che faccia un pò i conti, veramente, sinceramente con se stesso. Si chieda se non sia così per tutti, se non siamo così tutti. Se tutta l’umanità non si basi in fondo su questa gestione del bisogno.

Ah, ma cosa dico, ma che idiota… voi siete buoni e state salvando il mondo. Non avete bisogno di chiedervi e è così o meno.

Oppure vorreste essere cattivi ma non ce la fate perchè siete condannati a questa VIRTU’ di giustizia, amore e verità, nevvero?

Il vostro unico difetto è SEMPRE essere troppo BUONI, TROPPO, ONESTI, TROPPO GENEROSI.

Siete così perfetti che le vostre virtù sono DIFETTI.

Eppure siete e rimanete ciò che sono anche io, solo che io lo percepisco realmente: PEGGIO DELLA MERDA CHE MANGIANO LE MOSCHE.

Ed in questi bei periodi ciclici, beh mi è così chiaro di essere un piccolo pezzo di merda galleggiante in un brodo di escrementi senza fine che… come dire….

finalmente mi ritrovo depresso.

Oh, non depresso come quelli furbi, ovviamente. Quelli che si piantano a letto o sul divano e non fanno più un cazzo sostenendo di non avere le forze, di aver perduto l’energia di vivere, ma comunque continuando ad inquinare il mondo con la propria vivissima presenza.

No, più divertente.

Faccio tutto, tutto quello che farebbe un automa biologico. Con la stessa emotività di un automa meccanico.

Sono semplicemente VUOTO.

Vuoto come il baratro di Abaddon. Un abisso senza fondo.

Lavoro, risolvo problemi la maggior parte dei quali non miei, esco, parlo, guardo film, videogioco….

tutto come se fossi morto.

Come se fossi un’immagine residua, uno spettro costretto a reiterare per sempre azioni casuali, usuali e assolutamente banali.

Giorno dopo giorno.

E nemmeno io avrei al forza di alzarmi dal letto.

Torno dal lavoro. Spengo l’automobile e rimango dieci  minuti fermo a fissare il vuoto.

Ogni sera.

Fermo. Perchè non mi si sollevano le braccia per aprire lo sportello.

Devo sforzarmi.

Ma alla fine mi rialzo. Perchè sono stronzate di chi se lo può permettere il non aver la forza di alzarsi.

Prima di morire d’inedia ti alzi. Se non ti alzi vuol dire che interviene una forza esterna ad aiutarti.

Se no ti alzi porcoddio.

Nessuno mi aiuta,  a me?

No.

Primo perchè non sarei mai in grado per onestà intellettuale di far lavorare qualcuno al posto mio mentre sto riverso nelle mie crisi per non fare un cazzo.

Secondo perchè non passo più di un’ora al giorno senza che qualcuno abbia bisogno che IO LO AIUTI.

Sarebbe già paridisiaca una patta: Un universo idilliaco in cui io non chiedo aiuto ma NESSUN ALTRO MI CAGA PERO’ IL CAZZO.

Se davvero esistesse quel cazzo di Diavolo, della cui esistenza intere popolazioni di imbecilli da competizione sono convinti, non dovrebbe che uscire dall’armadio della mia camera da letto in uno sbuffo di zolfo e dire “Ohi Niki vuoi essere l’aral..”

“SI CAZZO SI ! SATANA! SI!”.

Non lo faccio finire.

Voglio senza dubbio essere l’araldo dello sterminio, il cavaliere unico dell’apocalisse!

Io li voglio vedere morti. TUTTI MORTI questi cazzo di esseri umani.

Voglio pisciare sui loro cadaveri gonfi.

Questi rompono il cazzo sempre e da sempre.

Hanno deciso loro come funziona il mondo che io devo abitare. Decidono loro cosa posso fare o non fare. Sono loro che fanno le regole, sono loro che decidono se è meglio il VHS o il Betamax.

Era meglio il Betamax, porcoddio.

Io sono libero?

Libero di che?

Di strapparmi le vene a morsi e dissanguarmi su un grippo di montagna, così almeno sono sicuro di essermi scolato bene bene prima che mi trovino.

Che sono anche capaci di impedirmi di morire questi.

Questi non sono capaci di farsi i cazzi loro. Perchè devono sciamare ed infastidire.

Sono più bravi e belli di me o sono più stupidi e brutti.

I primi mi rompono il cazzo solo esistendo, i secondi esistendo trovano il modo di cagarmi il cazzo.

C’è solo un essere umano che ha risposto ai comandi come i deve.

Mi ha fracassato i coglioni per dodici anni. Poi le ho chiesto gentilmente di MORIRE e lo ha fatto.

Brava. Sei l’unica.

L’unica totale, non tra i vivi o tra i morti… l’unica che abbia avuto la decenza di darmi un motivo per maledirla e crepare per maledizione.

Questa è perfezione.

E maleditemi voi, cazzo. Che le mie su di me non attaccano.

Perchè sono troppo accanito, troppo combattivo.

E continuo a fare le cose. Senza provare nulla. Senza avere voglia di nulla.

Senza speranza di nulla.

Lanciatemi un anatema.

Se mi colpisce  e mi pone fine, beh:

GRAZIE.

Mi avete fracassato i coglioni.

Visto che siete troppi per eliminarvi uno ad uno… eliminate me.

Così risolvo.

Le spaziature a cazzo di questo post sono gentilmente offerti dal maialedidio tra mac e pc dell madonna puttana.

Pumpkin skull

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Che carezza lieve e balsamica quella dell’aria fresca….
L’estate mi toglie il respiro. Mi ha sempre fatto questo effetto. E’ oppressiva.
La calura, anche moderata, non mi si addice. E perdo anche me stesso in essa.
Le parti più bestiali sono sempre solleticate dal clima caldo, quasi che la catena che le tenga a bada sia fatta di ghiaccio.
Ma è con l’arrivo del clima temperato che ritrovo le parti riflessive, pronte ad attendermi.
Meno minacciose nell’aspetto ma non meno letali nell’effetto.
Il freddo non è ancora freddo. Le bestialità non sono più alla catena e le riflessioni sono pronte a dirigerne la furia.
Fare i conti con me stesso in quel periodo che per me è un capodanno annuale, un retaggio scolastico del nuovo inizio, è sempre più difficile, sempre più sfinente. Svilente.
Anche io inizio ad ingiallire e seccarmi, come le foglie.
I primi spruzzi bianchi si vedono già nella barba, tra i capelli.
Il tempo è fuggito, non so dire se sprecato o meno, ma comunque è fuggito.
Tocca fare i conti con ciò che si è diventati, a dispetto delle aspirazioni dalle quali eravamo partiti.
Ma poche fotte e pochi lazzi retorici, tanto vale non spremermi per stupire qualcuno che non risulta più stupibile da me: me.
In larga sostanza mi chiedo perchè mai cazzo mannaggiàacristo io continui a fare le cose.
Ed in effetti, in questo momento, non le sto facendo.
Quali cose, please?
Mhh tutte. Tranne lavorare (che per forza), mangiare dormire, cagare e masturbarmi.
Tutto il resto, perchè, perchè mai, per quale stracazzo di motivo dovrei farlo ancora??
Ho quarant’anni e non sono mai stato in grado di mettere insieme un’illustrazione degna di un qualsiasi ventenne che paciughi con le matite.
Ho quarant’anni e non posso illudermi che la mia voce migliorerà mai un giorno.
Ho quarant’anni ed ho scritto in tutto sessanta FACCIATE di un romanzo che è automorto in grembo a se stesso.
Ho quarant’anni e mi chiedo veramente, ma veramente…. se tutti alla fine non caghino al mondo un approssimativo duplicato di se stessi solo per consolarsi della propria inconcludenza.
Se il popolo dei mediocri, caro al buon Salieri cinematografico, non cerchi il riscatto lanciando il proprio codice genetico nell’ignoto, sperando che un giorno sia più fruttuoso della rappresentazione fallimentare che si è stati nel proprio presente.
Sinceramente, a livello intimo, non me ne frega un cazzo di cosa facciano gli altri e perchè.
Sinceramente.
Ho sempre avuto problemi diversi nonostante abbia (forzosamente) dovuto condividere i medesimi bisogni della mia specie.
E questo è quanto in questo autunno quarantennale.
Non vedo più alcun motivo per fare alcuncazzo.
Mi sono ritirato dal coro perchè sinceramente non avevo più energia da impiegare in qualcosa che impegni come un lavoro e che premi unicamente nella soddisfazione di fare un pò di caciara tutti insieme. Si può fare caciara anche senza provare per cinque ore la settimana, la sera, dopo lo strafottuto lavoro!
Mi manca il coro quando non ci vado. Ma mi manca anche il tempo quando ci vado.
Come cazzo ne usciamo bimbi belli? Non lo so. Qui pongo le domande non do le risposte….
Così passo metà del tempo a tornare al coro e l’altra metà a cercare di liberarmene.
Come faccio con le donne più o meno.
E faccio così da quando ho memoria.
Ho preso qualche euro per tre disegni di merda e ne ho spesi la metà in materiale da disegno.
E faccio così da quando ho memoria, come fanno tutti i fottuti, disperati, miserabili mediocri arruffoni COME ME: Mi illudo che sia lo strumento ad essere sbagliato non la mano che lo brandisce.
Bravo, bravi tutti noi pagliacci del talento mancato! Bravi.
No, davvero, autocelebriamoci, perchè vi assicuro amici miei: questa sarà l’unica cosa in cui saremo mai stati veramente bravi: illuderci.
Illuderci che un giorno arriveremo al livello di qualche nostro idolo, che faremo qualcosa che veramente ci piaccia e soddisfi. Illuderci che un giorno riceveremo un complimento che reputeremo veritiero e non il solito zuccherino dato maternamente al bimbo che ha appena disegnato una macchia di merda su un foglio elo porga la pubblico compiacente sorridendo soddisfatto!
Ma è proponibile che uno imbracci per quarant’anni carta e matite e non sia in grado di disegnare un cazzo di interno, una fottuta stanza arredata?
Che non riesca tirare una mezza prospettiva ad occhio?
Che non riesca a delineare una figura femminile convincente, non dico erotica, ma almeno illusoriamente umana?!!
Che non sia così spudoratamente in grado di gestire i volumi, le forme e le luci da essere completamente impossibilitato a disegnare qualsiasi cosa a parte dei santini da morto di personaggi fermi ingessati? E preferibilmente sempre e SOLO di tre quarto da sinistra verso destra con punto di vista RIGOROSAMENTE centrale?
Ma è CAZZO possibile PERDERE ancora del tempo e SPRECARE cellulosa e grafite che sarebbero buone per qualcuno capace?
Ma a quelli come me dovrebbero dare al massimo gli scarti, i mozziconi troppo temperati delle matite, i retro dei fogli di bozza scartati di quelli capaci di fare qualcosa!
Vedo cose su facebook, su deviantart, le vedo in mostra ai convegni nerd…che sono inimmaginabili da riprodurre per le mie abilità.
Nel mio campo di nicchia (che sta diventando molto, ma molto di ampio respiro) non sono nemmeno riuscito a trovarmi un posto dignitoso nella folla strabordante di una manciata di segaioli.
Non dignitoso per la società, dignitoso PER ME.
Che a me di premi, onori e monetine non è mai fregato un cazzo di niente.
Ma almeno di non vergognarmi per quello che faccio, cazzo si!
E vorrei tanto, ma tanto, godermi un’illustrazione o un fumetto come un qualsiasi profano del cazzo, senza scervellarmi su come sia stata fatta, sul perchè io non riesca a farlo, sulle mie lacune, sulle mie inadeguatezze creative, sul disastro espressivo del mio ego ubriaco di nettare onirico!
Mi piacerebbe essere immerso nell’ignoranza più assoluta del campo, essere completamente avulso da qualsiasi velleità del “fare parte”.

Ma che cazzo sto a fare?
Non riesco nemmeno a guardarmi nella registrazione del musical. Non tanto ad ascoltarmi, proprio GUARDARMI.
Ascoltarmi… su quello che devo dire? La dignitosa performance di un dignitoso arruffone amatoriale.
Dei complimenti che ho ricevuto potrei stillare un sunto in una frase molto semplice: “però, fai i miracoli per la voce di merda che ti è stata concessa”.
Per quanto mi riguarda, trovo solo nauseante questa lotta interna che dura da una vita, tra me stesso e lo spirito tarantolato che mi si agita in petto.
Che la mia parte cosciente e ben attenta alla realtà oggettiva grida con furore di SMETTERLA di ammorbare il mondo con i miei puerili tentativi di dar vita a qualcosa di “bello” e il demone creativo che mi possiede non si arrende mai, rilancia, rilancia sempre il pezzo di merda!
La maledizione peggiore che ci si possa trovare a vivere sulla propria pelle è quella di un mezzo talento, di una mezza virtù, di un aborto di vita.
Vivere da “tentativo”.
Essere torturati da un’idea estetica che fonde l’anima di commozione e desiderio ed essere condannati sempre e per sempre a non poterla toccare.
Non essere in grado di cantarla, di disegnarla, di possederla, o…. di scoparla quella perfezione estetica.
Essere sempre ILLUSORIAMENTE ad un passo da essa, quando in realtà si tratta solo di un difetto di visione, di un inganno dell’ottica.
Sono sempre LONTANISSIMO da essa.
E la virtù crociata, per non sapere cosa fare,  mette il suo bastone di critallo immacolato in mezzo ad una ruota che è già quadrata di per sé e non si muove, ma lei imperterrita non vuole saperne e bercia di non copiare, di non ingannare, di non aggirare mai le difficoltà.

E chi cazzo me lo fa fare?
Spendere mesi e mesi di ritagli di tempo libero per un’opera  creativa che al massimo sembra il frutto di un tentativo adolescenziale?
che sia cantare, che sia disegnare, che sia scrivere che sia ANDARE MERAMENTE A FIGA (oh, alla fine dei conti è quella che mi viene peggio tra tutte, solo per capirci su come siamo messi…)!
Faccio cose ORA che avrei dovuto fare il primo anno delle scuole secondarie. Sono indietro di trent’anni su me stesso.
Essere sempre, perennemente in tensione e in condizioni di lavoro stressante per fare di me stesso un’opera abbozzata e puerile.
Dal corpo che porto in giro al suono che emetto al segno che traccio.
Il fatto è che non ce l’ho fatta a farcela.
E non per voi, per il vostro presunto parere.
Io non accetto una medaglia sul canto da chi non sappia intonare una mezza nota, non accetto un applauso sulle arti figurative da chi non sappia nemmeno temperare una matita.
Non ce l’ho fatta per me, che so di cosa sto parlando.
E come dice Marcellus Wallace “se dovevi farcela ce l’avresti già fatta.”
E ormai a quarant’anni… l’autunno non è una stagione… è una realtà della vita.
Dovrei fare un bel falò con foglie secche e disegni e spartiti e magari anche di tutto il mio corpo.
Voglio rinascere zanzara diocane, così la passa qualcun altro al vita a grattarsi per il mio bisogno di esistere…..

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C’è qualcuno lì fuori?
Da qui non si sente un suono, non si percepisce una voce..non si sente niente.
Qui dentro è tutto così oscuro.
Non nero, che sarebbe già qualcosa… ma grigio.
Varie tonalità di grigio.
Mi sto ritirando in me stesso.
Capita ciclicamente.
Mi avete preso per il culo.
Da una vita mi prendete per il culo.
Mi volete quando vi faccio comodo. Ma quando sono io ad avere bisogno di voi non mi volete affatto.
Quando il problema è mio devo risolvermelo da solo. Quando il problema è vostro devo risolverlo io.
Una vita intera sotto l’insenga luminosa del “devo”.
Devo far questo per lei, perchè lo merita.
Devo far questo per lui, perchè è giusto.
Devo far questo per loro perchè  l’ho promesso.
Devo far questo per me perchè è necessario.
DEVO“. Una vita intera piena di “devo“.
Perchè non posso deludere lei, loro, essi, noi, me….
Devo solo.
Devo .
Quello che vorrei è ininfluente, è un incidente; uno scoglio occasionale nella marea montante dei “devo“.
Io Devo.
e poi mi si chiede perchè non lascio questo bordello.
Perchè non mi stacco dal mio favo colante di miele per un altro.
Cosa cambia?
Porco Dio cosa cambierà mai?
Avrò sempre un’altra regina e un altro favo.
Sai che liberazione….
Volete solo avere dominio su di me.
Volete solo che i miei molteplici talenti siano piegati alla vostra volontaà. Volete che io sia a vostra disposizione, che io non sia libero e autodeterminato.
Volete che io sia solo un vostro strumento, una vostra arma contro la vita.
La vita: quella puttana che ci terrorizza tutti.
Ma io non sono uno strumento. E contro al vita non sono più efficace di voi.
La vita mi ha piegato, mi ha messo in ginocchio fin da subito.
Io posso sembrare forte ma non sono più forte di lei. Sono solo ugualmente stronzo.
Ma alla fine è lei che decide.
E’ lei che mi ha messo alla pastoia, è lei che mi mette il giogo, è lei che decide cosa io posso o non posso.
Andate a fare in culo.
Mia madre, le mie donne, i miei datori di lavoro, le donne che non me la danno, i miei maestri di musica, i miei ispiratori artistici,  i miei governanti, i miei sacerdoti, io stesso…
Andate a fare nel culo tutti.
Precipitatevici.
Io ne ho piene le palle.
Anche di me, delle mie pulsioni, delle mie voglie, dei miei desideri, delle mie aspirazioni.
Avete deciso che io stia bene  ma non sto bene, non sto bene per niente.
Le spire del rettile che mi stritola cambiano ma non cambia la stretta soffocante alla quale sono sottoposto.
Andate a fare nel culo.
Tutti mi vogliono tranne quelli che vorrei io.
Volete qualcosa da me che io nemmeno possiedo.
E’ la vostra mente disperata che crede di vedere in me ciò che manca in voi, ma io non possiedo quella virtù risolutiva.
Sono un essere umano come voi e non ci capisco un cazzo come voi e sono infelice quando dovrei essere felice, come voi!
Andate a fare nel culo.
Lasciatemi giocare col computer e dimenticatevi di me, come avete sempre fatto, in fin dei conti.
Se non potete darmi ciò che vorrei da voi allora, mi dispiace, non ho niente da darvi io.
Sono stanco.
Stanco.
Stanco.
Stanco.
A fare in culo.
Tutti.
Vorrei avere qualcosa di più illuminante da dirvi ma forse mandarvi a fare in culo è l’unica illuminazione rimasta.
E ci vado anche io, fidatevi. Ma faccio un’altra strada, perchè non sopporto più la vostra compagnia, la vostra presenza.
Mi sono rotto i coglioni di “dovere”.
Invidio quelli che sono nati con l’idea che il mondo sia il loro trogolo, e squittiscono e guaiscono e saltano e sbavano e rompono i coglioni per avere la mangiatoia piena.
Perchè loro sono convinti di avere dei diritti solo per il fatto di “essere”.
Beh io sono sempre stato un passo indietro. Non entro nei posti troppo affollati, evito di mettermi in fila se c’è troppa coda, non chiedo nulla, morirei di fame piuttosto che elemosinare.
Perchè io sono nato convinto di non avere ALCUN diritto solo per il fatto di esserci. Che il fatto di “esserci” sia un problema mio, che devo risolvere IO, solo IO.
Andate a fare in culo.
Non so come aiutare me stesso, posso sapere come aiutare voi, che non sapete nemmeno quale sia l’aiuto di cui avete bisogno???!
E non mi aiutate mai, mai , mai mai, mai, mai per il gusto puro di farlo.
Mi aiutate solo se avete un tornaconto.
Andate a fare nel culo.
Statemi lontani, che è la cosa più saggia da fare.
E lo sarà sempre di più in futuro.

 

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Non riesco più a capire chi abbia torto, chi abbia ragione.
Non sento più quella nota dissonante nella menzogna e non colgo più quell’armonica cristallina nella verità.
E’ tutto troppo confuso, impastato, colante.
Come se il caldo soffocante avesse avuto la capacità di fondere persino la realtà o , quantomeno, la percezione di essa.
Come quei rimasugli di inchiostri per stampa offsett che andavo a spalettare nel grande bidone dietro la litografia. Volute di colore che colavano e si fondevano, rotolavano e si arricciavano in barocche sfumature morbide. Curve di materia cromatica in evoluzione plastica, come quadri che potevo vedere solo io, mentre sporco e sudato arrancavo verso la fine del mio turno.
Era un caos di straordinaria bellezza, una bellezza improbabile, un miracolo da bidone degli scarti.
Ma era caos fortuitamente piacevole.
Io, nel caos, non mi sono mai trovato troppo a mio agio.
L’ho sempre trovato divertente nelle vesti di osservatore, ma tendo a mantenere il più concreto distacco possibile da esso.
Quando possibile, almeno.
Vedere quei rivoli di pigmento plastico colare ed intrecciarsi casualmente era piacevole, sorprendentemente ispirante ed appagante.
Ma stando fuori dal bidone.
Non avrei voluto per nulla al mondo essere dentro a quell’enorme contenitore di ferro a sguazzare in sostanze tossiche della consistenza del bitume e più appiccicose della colla.
Per questo, probabilmente, adesso sono piuttosto preso dal panico, essendomi accorto di essere caduto in quel bidone del cazzo….
Ed il panico è soffocante, appiccicoso e tossico quanto l’inchiostro per la stampa offset.
Da dentro non è che venga da far tutta questa poesia sulla meravigliosa estetica del caos cromatico, più che altro aumenta il livello creativo delle bestemmie.
Oh certo, capisco la dicotomia cerebrale che mi attanaglia, la quale è sempre più sul filo del disturbo bipolare.
Da fuori vien voglia solo di abbandonare quel piazzale desolato e battuto dal sole e tuffarsi in quel sogno colorato. Da dentro, il buon vecchio “si stava meglio quando si stava peggio” diventa tutto ad un tratto ben di più di una popolare banalità.
Allora… dove sta il punto di rottura?
Dove si smette di sporgersi per osservare meglio e inesorabilmente… si cade??!
Il caos è un periodo, un evento o una scelta?
Una scelta che germina silenziosa e sotterranea, ma che porta fin dalla nascita in grembo il suo germe comunque distruttivo, e che si libererà. Perchè sarà l’unico demone da invocare quando l’ordine della realtà diventerà una trappola. Sarà l’unico martello per rompere il vetro; sarà il movente, sarà la colpa e sarà l’assoluzione.
E’ tutto chiaro e rassicurante quando sai ciò che vorresti e saresti pronto ad affrontarlo con le migliori intenzioni e spirito di impresa. E’ tutto rassicurante perchè tutto viene negato in quei momenti.
Tutto è a portata di mano solo quando, fatalmente, dentro di te non senti più alcuna pulsione chiara ed inequivocabile, quando ogni armonia si scioglie nella cacofonia più stridente.
Quando ogni immagine inizia a colare in quelle volute cromatiche frattali ed insensate.
Belle eh, ma senza precisa forma o significato.
Belle fine a se stesse. Astratte.
Cose che mi affascinano ma non capisco.
Che non mi sento nella pelle.
Eppure la testa è andata troppo avanti, ha rotto l’equilibrio, ha perso il baricentro.
Perchè in quella merda colorata ci sguazzo ora.
E questo non è forse il simbolo del conflitto interiore tra la realtà fisica e la mia realtà immaginata?
E’ forse questa la mia posizione abituale.
Una trincea continua contro un destino che non accetto. Un destino che viene dalla mia parte materica e la mia parte animica non può far altro che gridare per l’orrore della sua visione.
E non sono meno goloso, meno porco, meno bastardo, meno incapace di resistere alle mie pulsioni degli altri esseri umani.
Non ho meno ingordigia atavica, non sono meno attaccabile da quella fame biologica incontrollabile che ti grida nelle orecchie: “prendi tutto il prendibile e subito e abbatti chiunque cerchi di impedirtelo!”.
Perchè in me alberga la certezza di essere in un mondo competitivo, che la vita stessa sia una condanna alla competizione, che nulla sia garantito e tutto vada sfruttato quando è disponibile, non quando il momento sia moralmente ideale.
Sono però affetto da una forza misteriosa ed inquietante, che mi costringe a combattere questa idea, questa voce cellulare che mi grida di cibarmi il più possibile e di renderlo possibile il più possibile.
Questa forza che alberga in qualche zona inaccessibile della mia cultura antropologica, questo mostro dell’epica umanista che mi attende con un serto di alloro per incoronarmi le chiome quando finalmente avrò scacciato i demoni e rinunciato alla tentazione.
Quando tutti si inchineranno alla mia forza senza sapere la verità.
La verità è che osservo il caos leccandomi le labbra perchè lo reputo divertente nell’universo onirico dell’astratto, ma ne sono disgustato nella realtà ordinaria perchè…. perchè devo DARE SPIEGAZIONI.
Così per non dare spiegazioni non faccio le cose che avrei la voglia di fare e che mi farebbero anche sentire meglio, da un certo punto di vista. Ma poi dovrei dare spiegazioni agli altri e questo è ciò che mi fa sentire peggio. Perchè non riesco a concluderlo con un lapidario “perchè mi andava” o un laconico “Si vede che ne avevo bisogno”.
Ma una volta coronato dagli allori della vittoria rimango puntualmente con un cazzo in mano ed un solitario trono polveroso.
E non devo spiegazioni agli altri, in quel momento, le DEVO A ME.
E devo cercare di spiegarmela perchè voglio attraversare il caos come un cubetto grigio di ordine.
Devo cercare di capire come mai io voglia illudermi di essere inattaccabile. Di essere più forte di forze che non sono esterne ma che fanno parte di me e mi rodono già dentro come carcinomi etici.
Come la fame atavica che mi spingerebbe a mangiare ogni cosa che vedo e questa ferrea determinazione a controllare il peso.
Una vita intera con lo sfintere contratto per non cagarsi addosso. Ma basta poco, bastano pochissimi elementi perchè lo sfintere si rilassi. Perchè ti caghi addosso.
E spesso, durante la rottura del punto di equilibrio, quando inizio a cadere e il panico si impossessa di me… faccio i danni peggiori.
Perchè in quel momento non ho più alcun controllo, ma ho dannatamente tanta, tanta, tanta paura.
La realtà stessa perde la sua solidità e cado in un universo liquido, gassoso, che non ha appigli per alcun arto. E mentre sbraccio per cercare quegli appigli posso colpire chiunque e con qualunque grado di violenza, anche  senza intenzione, il più delle volte.
Così ti accorgi di avere tra le mani un cristallo perfetto e di star cadendo nella vasca degli scarti di colore. Non sapresti dire se stessi già cadendo o meno quando hai sentito gli artigli dell’arpia sulla schiena….
L’ultima domanda prima del panico è “riuscirò a salvare questo cristallo perfetto?”.
E poi la domanda fatta di domande che giunge dopo l’ultima domanda:
“è responsabilità mia? Devo farlo ancora? Devo ancora sacrificare qualcosa per ideali che pratico solo io nella realtà? Perchè ho tra le mani un cristallo perfetto mentre butto la spazzatura? Dovrei dire o fare cose che non sto facendo? Potevo non cadere? Perchè non riesco nemmeno a gridare?….”

Ma stai già cadendo.

Tra poco inizierai a soffocare in quello schifoso bitume chimico.

Però farai parte di quelle bellissime volute cromatiche.

Tutto cagato.

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Il caldo della pianura spazza le spighe dorate pettinandole con un fuoco umidiccio.
Le nuvole irridono il bisogno di frescura con una ronda pomeridiana giornaliera, senza conseguenze metereologiche.
Il tempo, che dovrebbe accelerare con il calore, tende a fermarsi.
Un gelo polare nel cuore arroventato della sauna estiva.
Non è mai stata la mia stagione l’estate.
L’ultima estate è stata uno scarto improvviso da una regola ferrea, una di quelle eccezioni che esistono solo per dare conferma alle regole.
L’estate esiste unicamente per vestire i panni del maglio infuocato che ti piove sui coglioni per tre mesi.
Sempre e comunque delirio in ogni campo. E caldo. Caldo per non trovare pace nemmeno sul divano mentre mi ingozzo di Netflix.
Che me lo merito e mi sta bene non aver pace.
Un vestito cucito su misura. Un vestito che mi sta pennello, di una stoffa pesante e scura.
Impaludato nel velluto nero con quasi quaranta gradi di umidità appiccicosa intorno.
Quest’anno con guizzi di creatività ce ne se siamo inventate di nuove per non avere un centesimo che possa sbattere contro un altro, siamo una famiglia creativa.
Continuiamo a rimestare la merda perchè la merda si dissipi nel futuro. Ed ogni sforzo non fa che aumentare il volume di merda che ci piove a cascata sulla testa.
E anche quella merda non è fresca, dev’essere appena fatta. Fumante.
Ma già, da bravo capocreativo dello psycho-circus, stavo già rotolando verso drammi più caserecci ed autoprodotti, tutti derivanti ovviamente da quel malcelato animo in preda alla skizofrenia che non solo mi è stato assegnato, ma io stesso ho provveduto a nutrire ed allevare.
Il macinamento corale bisettimanale ho iniziato ovviamente a passare avanti ed indietro sullo scroto.
Non solo più o meno nel giro di due anni ci si scopre a fare più o meno sempre le stesse cose, ma comincia a rintoccare la campanella della ricreazione. Quella interna.
Quella che ti fa chiedere chi te lo faccia fare di spendere tutti quei soldi, quel tempo e quell’energia.
Soldi tempo ed energia che non hai mai impiegato ad andare a ballare la salsa, che sarebbe stato più fruttuoso per pasturare.
Ma che ne so io di pastura? Ne so di  andare a figa molto meno che di pesca, e di pesca so solo che ha a che fare con i vermi.
Non sia mai che tu faccia qualcosa di diverso!
Nemmeno per andare in centro e tornare a casa cambio giro…
E poi perchè cambiare sapendo già mia eterna insoddisfazione non si placherà mai?
L’insoddisfazione.
E’ un demone scimmiesco che rimane saldamente artigliato sulla spalla. E beffeggia e sogghigna per ciò che faccio mentre sussurra suadente al mio orecchio ciò che non sono mai riuscito a fare.
Mi spinge alla distruzione presente e futura, mi accompagna in ogni situazione, in ogni luogo.
E’ con me durante ogni attività.
La stanchezza è ormai l’unica sensazione permanente delle ore di veglia. Un cellophane delicato che ricopre tutto, il preservativo finale della realtà. Evita i contatti sensoriali primari.
La stanchezza non mi farà mai provare veramente il gusto delle cose sul lungo periodo, non portò saggiarne la consistenza.
Perchè tutto ciò che mi incuriosisce mi stanca dopo poco.
Il resto mi fa schifo già in prima battuta.
E ciò che mi viene tolto prima che io sia stanco di esso è il peggio del peggio.
Perchè io non elaboro i miei lutti.
Così come festeggio poco le vittorie nascondo le sconfitte.
Non ho elaborato i lutti peggiori della mia esistenza, a livello emotivo, perchè ho rifiutato di essere nella condizione di dovere soffrire.
Sempre per orgoglio, sempre per dimostrarmi un duro.
Basta poi una piccola battuta di un amico “fare i duri costa caro!”… per ritrovarti nudo.
Per vederti con gli occhi esterni e percepire quanto tu sia ridicolo in fin dei conti.
Sono sempre intento a corazzarmi come se dovessi affrontare una carica di cavalleria pesante quando nessuno, solitamente, mi sta cagando di striscio. Quando poi mi asfaltano bellamente sono quello che si spezza le ossa e le giunture pur di dimostrare di poter tirarsi di nuovo in piedi e biascicare il tormentone del cartone animato: “non mi sono fatto niente!”.
Oh ma lo so di avere le ossa a pezzi, la pelle lacerata, i muscoli aperti… lo so.
E si, devo essere veramente ridicolo in questo esercizio, come devo esserlo in molto, molto altri tipi di espressione personale in cui mi credo magari anche di essere un ganzo.
E non sarebbe meglio elaborare quel dolore, una volta ogni tanto??
Succhiarselo per bene dalla cannuccia come fanno le persone normali?
Sorbirselo come una medicina necessaria per quanto disgustosa?
Stare sul divano a piangere fumare e mangiare schifezze e ciondolare come se il mondo non dovesse finire mai e io dovessi affrontare un’eternità di vacua insofferenza, di noia imperitura.
Cioè…PIU’ di come sia già.
Dovevo affrontare questo e non l’ho fatto.
La mia ribellione al dolore è SEMPRE vestire i panni del festaiolo, quando so benissimo di  essere tagliato unicamente per una festa: Halloween.
E’ l’unica che mi sia adeguata.
Così poi posso fare il mesto durante le feste normali.
“Mi si nota più se non vengo o se vengo e sto in disparte??”(n.d. Moretti)
Perchè devo agire sempre, solo ed unicamente per controreazione a tutto.
Se mi atterrasse un drago in giardino sono certo che lo rifiuterei perchè lo vorrei di un altro colore!
E farti stare qualcuno intorno significa trascinarlo nell’aura di influenza di questa bolgia demoniaca….
Dovevo restare come il destino mi aveva messo.
Solo, e alla perenne ricerca, nella perenne attesa di qualcosa di inesistente.
Così avrei avuto di che lagnarmi per l’eternità, anche dopo morto.
Una figura eterea ma comunque corpulenta che reciterà all’infinito il suo mantra contro l’universo:
“non lo voglio, non mi piace, non sono contento, non è bello, non è come lo volevo, non è perfetto, non è giusto, non mi va, sono stanco, che palle, ho caldo, ho sonno, ho fame, sono grasso, che schifo, che noia, lo voglio, no voglio quell’altro…..(ad. lib. sfumando).