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Flanella

 

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Vestaglione di flanella.
Gira che ti gira, sminchia che ti sminchia, scrania che ti scrania…. alla fine uno si ritrova anche troppo calmo.
Dopo aver passato una vita intera con quest’ansia soffocante della perdita di tempo ci si potrebbe anche accorgere che in fondo tutto, tutto quanto, è sempre stato una grande, rutilante, circense perdita di tempo.
Mesi e mesi passati a schiantarsi nervi, muscoli e sinapsi per la furia irragionevole del “voler essere” o “voler fare”.
Tempo, tanto tempo a faticare. Una fatica che non sarà stata, ovvio, totalmente inutile, ma sicuramente sproporzionata rispetto alla contropartita.
Ovvero: ho vissuto esperienze molto più intense e formative che sono cadute dal cielo senza preavviso rispetto ai miei grandi progetti pianificati, organizzati e sofferti.Quasi tutte le esperienze più sconvolgenti che ho vissuto sono germinate da occasioni che sono arrivate per loro (e solo loro) conto.
Quindi, alla fine dei conti: ma cosa mi dovrebbe mai spingere ad uscire di casa e togliermi il vestaglione di flanella?
Se qualcosa deve accadere, accadrà. Altrimenti posso anche camminare sul soffitto ma non cambierà mai un cazzo.
Si va bene, me ne faccio una ragione.
Non posso vivere di emozioni forti, anche se mi piacerebbe.
Non è quello il mio destino, il mio tema. Non sono un “allegro con brio”, sono un “largo solenne”.
Il compositore non salterà mai fuori quindi non posso presentare proteste formali, è così.
Largo per largo tanto vale proiettarmi direttamente verso uno dei personaggi più mitologici di sempre: Il Drugo.
Con elementi un pò più intellettuali, volendo. Non per velleità di genio, ma per via dei miei interessi.
Purtroppo io con droghe e bowling ho avuto poco a che fare.
Ho molto a che fare con libri, disegni e videogiochi.
Ma la struttura non cambia molto.
L’eremita barbuto che mi vedo diventare ha solo una sfiga di troppo, rispetto al Drugo: il fatto di avere un lavoro.
Che effettivamente costringe ad una certa dose forzata di socialità e di ansia. La parte peggiore di entrambe, oltretutto.
Per il resto ho solo la visione di me con il ventre tondo, la barba lunga e grigia, il tabacco sparso ovunque e il vestaglione impadellato di cibo e martoriato da bruciature di sigaretta.
Leggere, disegnare, guardare film e serie tv, scrivere, cantare…. quando mi vada e nel modo in cui mi vada.

DA SOLO.

Solo ovviamente non è un assoluto, ma è un fondamento.
Ovvero: sopporterò per compagnia solo chi mi faccia sentire in compagnia esattamente come mi sento quando sono solo.
Se avete delle ansie, dei problemucci, dei grandiosi progetti, dei consigli o dei rimproveri o il semplice bisogno di un confessore : state fuori dal cazzo.
La mia soglia è invarcabile per voi.
Dopo quarant’anni di esperienza e tentativi posso affermare con certezza che gli esseri umani con i quali amo interagire sono sempre quelli, e sono sotto la decina.
Fottere… non mi fate fottere quando e chi vorrei, quindi il resto dell’interazione con il mondo femminile non mi attira e non mi interessa, anzi, ultimamente mi nausea.
Qualsiasi attività organizzata ha rotto ampiamente i coglioni. Siamo stanchi di fare quello che decidono altri e farlo come lo vogliono loro. Abbiamo già il lavoro per quello, nel tempo libero sarebbe lecito sfasciare la testa con una mazza chiodata a chiunque imponga la minima cosa.
Anche in famiglia. Solo che si va in galera se si sfasciano teste con una mazza. Quindi per la famiglia sopporteremo ancora. Ma poi BASTA.

BASTA.

Mi avete assillato con tutti i possibili cazzi vostri per una vita e praticamente nessuno degli assillatori mi ha mai dato in cambio uno sputacchio di illuminazione, di emozione, di qualsiasicazzo di cosa per farne valere la pena.
Oh yes, my friend, i videogiochi hanno asfaltato gli esseri umani sotto ogni punto di vista, a livello di esperienza-sforzo.
Perchè in fondo, potrò godermi almeno qualche cazzo di lato positivo di questa minchiata di società occidentale capitalistica?
Visto che se coltivassi una risaia nel terzo mondo non avrei la mail a stressarmi ma nemmeno  “the Witcher 3” a consolarmi…. almeno che io giochi al sublime videoludo, visto che la mail a stracciarmi lo scroto l’avrò sempre!
E dato che il resto ormai non mi interessa più (no, non sto dicendo che sia tutto sbagliato, sto dicendo che per me è inadatto… o lo sono io per lui. Poco cambia) è inutile che io cerchi di diventare più snello, più figaiolo, più noto, più affascinante o più potente.
Tanto non sono capace, non è il mio tema e per quanto titanico sia il mio sforzo la vita stessa mi riporta al mio posto.
Ho già dimostrato a me stesso e agli Dei quanto io sia ferreo nella volontà e nell’abnegazione.
Gli Dei hanno già dimostrato a se stessi e a me quanto qualsiasi mia caparbietà sia ininfluente.
Ho perduto cose che mi mancheranno finchè un singolo fiato terrà in vita questo abominio di corpo.
Ho guadagnato cose che non torneranno più, per quanto bellissime fossero il loro destino era tramutarsi in ricordo.
E di ricordi ne ho tanti. Non molti esaltanti, non molti luminosi.
Ma questi ultimi sono anche quelli che fanno soffrire di più.
Ora, forse, comincio a non volere nemmeno più le cose belle, perchè le cose belle si dividono solo in due categorie: quelle di cui sentire la mancanza perchè non sono mai state raggiunte e quelle di cui sentire la mancanza perchè ormai sono passate.

Flanella: l’ultima e l’unica cosa bella.

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Non voglio scrivere una recensione sull’ottavo episodio della saga galattica più amata (ed odiata) di tutti i tempi. La rete sta letteralmente vomitando una quantità di pareri e contropareri tale da rendere superfluo un ennesimo pensiero in merito. Dirò soltanto che a me è piaciuto molto, ma non di quel piacere immediato ed elettrizzante che è proprio dei blockbuster più commerciali. In questo episodio c’è qualcosa di sotterraneo, strisciante ed elusivo che mi ha spinto a lunghe riflessioni post-visione, più che a grandi entusiasmi in sala.
C’è della mestizia, meno cattiva che nell’episodio precedente ma non meno fastidiosa.
C’è l’inaspettato rifiuto di se stesso da parte di un eroe così archetipico da lasciare spaesato anche l’adulto più disilluso.
C’è del casino.
Casino con i ruoli, casino con una galassia che inizia ad agitarsi come un animale intrappolato in una rete tentando violentemente di liberarsi.
C’è soprattutto che questo è il film del reset, della tabula rasa.
Il passaggio di testimonio era nel film precedente, qui chi ha ricevuto il testimonio inizia seriamente a correre in una diversa direzione.
E questo crea perplessità e senso di perdita. Perchè perdere delle certezze, per quanto effimere, per quanto fittizie, genera sempre un trauma.
Ed è proprio il trauma che mi interessa.
In questo film più che in ogni altro sono bene rappresentati i due estremi della mia psicologia personale, del mio personale percorso di vita, della mia  traumatica interfaccia con il mondo.
E sono esattamente i personaggi di Kylo Ren e Luke Skywalker.
QUESTO Luke, non quello della saga originale.
Non l’impaziente, esuberante, giovane idealista pronto a prendere  calci l’universo per raddrizzare le cose.
Quello era lo specchio dei giovani degli anni ’70, e non corrisponde più a me, in quanto uomo di mezza età, ma non corrisponderebbe nemmeno a chi è giovane ora.
Il vecchio Jedi fallito, invece, mi corrisponde.
L’Eremita (per dargli anche una collocazione da arcano Maggiore) che si è isolato dal mondo, ormai convinto non solo di non essere affatto un eroe, ma di essere addirittura irrilevante se non dannoso.
Un uomo deluso dalla vita in ogni campo, ormai, che in qualche modo attende la fine senza più agitarsi in alcun tipo di lotta. Un individuo che ormai ha assimilato la menzogna alla base dei concetti di “vittoria” e “sconfitta”.
E in questo momento della mia vita, mentre il film mi slitta di fronte agli occhi, mi sento più che mai nei suoi panni. Anche nella curiosa situazione di essere spesso osannato pur sentendomi una merda senza appello.
E soprattutto: la questione eremitaggio. Che oggi più che mai anelo e tento di perseguire con ogni mezzo. Proprio come chi ne abbia vissute tante e tanto intense da essere arrivato al punto di rottura, fino a dire “ragazzi, fate un pò come vi pare, basta che non rompiate i coglioni a me”.
Sarei pronto a ritirarmi su una bella isoletta con strane creature e rimestare bofonchiando sulla follia che permea l’universo.

Se non che….

C’è anche quell’altro dentro di me…
Il Kylo Ren.
Personaggio sbeffeggiato e bistrattato per due anni dall’uscita del primo episodio della nuova trilogia, finalmente riesce a sganciarsi dall’ombra ingombrante del nonno e finalmente si pone come il centro di tutta la faccenda, il vero motore degli eventi.
Kylo, per quanto mi riguarda, è l’unico vero Sith che ci sia stato mostrato (con l’eccezione del compianto Darth Maul, un personaggio magnetico e promettente segato letteralmente in due alla prima comparsata).
Se è un Sith è giusto, è sacrosanto, è filologicamente corretto che non riesca a controllare le sue emozioni.
Tacciato di essere un adolescente problematico ed isterico, sminuito pregiudizialmente a causa della discendenza illustre e posto perennemente al centro dei casini il povero Kylo è costantemente sotto accusa ed attacco da parte di tutti. Non meno, di se stesso.
Kylo è una sorta di adolescente fuori controllo, ma sembra essere anche un cazzuto perfezionista che deve fare i conti con un universo imperfetto.
E gli girano le palle a elica. E spacca tutto a spadate.
E fa bene, cazzo. Io sono con lui.
Perchè lui è l’altro “me” che forse solo io conosco.
Lo sfigato che non è bello, che non è convincente, che non è mai il migliore ma che in realtà avrebbe tutte le carte in regola per eccellere. Un essere di pura energia ma perennemente potenziale.
Infatti è
potente ma nessuno gli da alcun credito. E’ nella stessa posizione di suo nonno (ovvero è il mastino del vero potere, non è LUI il potere), ma i suoi collaboratori invece che temerlo come l’ombra della morte non attendono altro che il momento giusto per ridicolizzarlo e screditarlo.
Il suo mentore lo tratta come un bambino scemo e non fa che rinfacciargli ogni difetto ed ogni mancanza alla prima occasione.
Poi arriva la figa…e il buon cattivo non ha nemmeno tempo di pensare alla prima erezione che la questa lo ha già schiantato di legnate.
E poi quando si sfoga come ogni buon Sith dovrebbe fare (traendo potere dalle emozioni scatenate) passa anche da immaturo.
E
cco, io…mi ci rivedo molto.
Questo poveretto che tende alla perfezione assoluta, che è perennemente sotto autoprocesso ed è circondato da una miriade di esseri viventi che non collaborano, che non risolvono e che se la prendono con lui. Come fosse lui causa dei propri fallimenti ed anche di quelli altrui.
E’ un pò il simbolo di tutta quella razza bastarda di personaggi che non sono impotenti ma non ne imbroccano una e che per quanto si impegnino, alla fine non fanno paura a nessuno.
E io ne so qualcosa di voce grossa che non serve ad un cazzo….
Perchè il generale Hux non mostra alcun timore per Kylo?
Non è meno letale di suo nonno. Anzi, è peggio.
Perchè non ha freno evidente, perchè è un VERO Sith.
Palpatine e Vader erano in definitiva due Jedi cattivi, non die Sith.
La calma e l’attesa erano per loro più importanti dell’azione e della violenza pura e semplice come scorciatoia per il risultato agognato.
Vader un pelo più sciolto nel farsi saltare la mosca al naso, ma comunque un monaco zen rispetto a ciò che dovrebbe essere un Sith (“l’imperatore non è indulgente quanto me”, frase che ripete più volte, per rimarcare il fatto di non star facenedo proprio il suo lavoro di cattivo come dovrebbe), eppure in fin dei conti era anche più pericoloso.
Kylo sbraita, si incazza, spacca tutto quello che c’è a tiro… ma in definitiva non sembra essere così incline ad ammazzare colleghi e sottoposti, come il nonno invece, puntualmente, faceva.
Ovvero, tra i due è quello che sta facendo le cose filologicamente più corrette, sebbene in maniera un po’ arruffata e goffa.
E Kylo è anche la parte giovane, vitale, proiettata verso il futuro che ancora non mi ha abbandonato.
Perché dopotutto quella ricerca di una inarrivabile perfezione è un’aspettativa, è speranza.
Un Luke non ha più speranza, come una parte di me, quella che sente l’età, quella schiacciata dalla realtà, dal peso della materia, dalla mano inesorabile del fato .
Ma l’altra parte non si arrende, non vuole gettare del tutto la spugna, anche se ogni giorno che passa si trova sempre più in difficoltà.
Ma sempre rimane latente e come Kylo, quando giungo al punto di rottura…spacco tutto.
Letteralmente.
Perché prima di rompermi i coglioni sarebbe il caso di avere un’idea di tutte le cose che tengo in piedi con la pura forza dei tendini, di tutte le cose che sorreggo a furore di muscoli, di tutta la merda che inghiotto per il bene della galassia.
Per far contenti gli altri.
Perché, come potrebbe arrivare a dire un Yoda (come il fantastico, disilluso ma sempre caustico fantasma del film): “La gente felice tu devi fare: perché gente felice molta meno voglia di rompere i coglioni ha.”

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Ventisette anni di spoiler.

“Brace d’inverno
i capelli tuoi 
dove il mio cuore
brucia.”

1990.
Sull’onda del successo letterario esce, come film TV in due puntate, la trasposizione paracinematografica del libro “IT”.
La mia generazione aveva allora esattamente l’età dei protagonisti… o comunque era in zona.
Tengo a precisare di essere scarsamente entusiasta del lavoro di Stephen King in quanto scrittore. Sono sempre convinto che Clive Barker lo asfalti completamente pur muovendosi in un campo simile, eppure devo ammettere che con “IT” l’autore abbia centrato alcuni punti geniali della psiche e dell’immaginario umano, almeno del mondo occidentale.
Quindi ero, allora, tra l’incudine ed il martello.
Da pochi anni non passavo le notti in bianco nel terrore incontrollato di chissà-quale-mostro-presenza-mistero-minaccia-incombente.
La paura l’avevo cucita, anzi tatuata, sulla pelle rosea di bambino fin dalla più tenera infanzia.
Ancora oggi non saprei dire se alcune cose io le abbia viste e sentite davvero o siano state solo strane suggestioni infantili. Eppure quel terrore me lo ricordo.
Una paralizzante (stanno stretti…) impotenza e la certezza di una minaccia alla quale nessuno avrebbe creduto, tra gli adulti.
L’inquietante pagliaccio Pennywyse (che tutti gli illetterati dell’originale cartaceo scambieranno per la vera forma del “mostro”, ma col cazzo…) era un pò la materializzazione di questo terrore riservato solo ai più giovani.
Nella versione televisiva venne interpretato da un sempre immenso Tim Curry.
Un mostro molto sopra le righe, più invasivo e tormentoso che realmente sinistro. Magistralmente caratterizzato dall’attore, ma in definitiva… io ero molto più terrorizzato dall’esame di terza media.
Non mi faceva alcuna paura, quel clown; al massimo mi spingeva (..sotto i letti..) ad una certa simpatia tra mostri, con quel suo modo grottesco di sbeffeggiare le vittime per mortificarle in vita, prima di cibarsene.
Ma fin da subito adorai l’approccio Kinghiano all’amicizia tra adolescenti, uno dei suoi temi più ricorrenti e forse il più immenso tra quelli trattati, già conosciuto in altra trasposizione cinematografica, seria e ottimamente realizzata: “Stand By me”.
In effetti la prima parte di quella trasposizione funzionava proprio grazie ai ragazzi ed al loro rapporto con la paura. La paura dell’ignoto e del sovrannaturale, ma soprattuto la paura del mondo che li circondava, quello reale. Un mondo di violenze, falsità, crudeltà e grigiore che gareggiava anzichè opporsi ai mostri dell’immaginario e delle dimensioni confinanti.
Non avevo ancora letto il libro all’epoca. Non sapevo quanto monumentale e prolissa (..sette spettri..) fosse la fonte primaria di quella storia, non sapevo ancora chi o cosa fosse IT e quanto l’autore si potesse essere spinto in territori scabrosi per descrivere quell’estate degli ’50.
Se non avessi letto, in seguito, il libro non l’avrei saputo, perchè la trasposizione televisiva non restituiva questi elementi. Però avevo tra i tredici ed i quattordici anni ed ero indubitabilmente un perdente. Avevo già anche altri amici perdenti, come me, anche se in maniera differente, ed almeno con uno di essi andavo allegramente a caccia di fantasmi, demoni e sapienze esoteriche.
C’ero dentro fino al collo. Ero Ben Hanscom (…a denti stretti.).
Ora sembra tutto molto lontano. No non sono dimagrito e diventato figo come Ben, nemmeno un pò.
Ma grazie ad IT avrei trovato la mia Beverly, qualche anno più tardi.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse, per noi. Per anni continuammo ad inviaci lettere infuocate firmando come Ben e Bev.
Lei bella e maschiaccia, io grasso e poetico.
Quel libro, in qualche modo, non fu importante nella mia adolescenza: fu FONDAMENTALE.
Ma un mostro molto più insidioso ed imbattibile di noi alla fine ci prese anche l’amore.
Era la quotidianità. Eravamo cresciuti.
L’unica arma che avevano i ragazzini del romanzo era il loro spirito candido in grado di concretizzare tanto le paure quanto i poteri difensivi. Era lo spirito di gruppo e quello strano ed insondabile incantesimo che si crea solo in quell’età di esplorazioni e mutamenti, che faceva dei perdenti una forza di opposizione capace di bloccare persino gli appetiti di una semidivinità famelica.
L’unica arma che tutti siamo destinati a perdere, convinti di svilupparne di migliori.
Ma il mostro ha pazienza. Può attendere che tu cresca. Può rintanarsi e osservarti silenziosamente.
Non sospettavo certo che esattamente ventisette anni dopo IT sarebbe tornato….
Come nel libro. Da brividi.

2017

Il tempo è passato inesorabile e senza alcuna concessione o digressione memorabile, nei ventisette anni in cui i mostri avrebbero dovuto andare in letargo e regalarci una pausa.
Io e la mia Bev condividemmo dodici di quei ventisette anni.
Anche se il vero mostro che alla fine la portò via era invisibile e impalpabile riuscì a manipolare la realtà con ferocia manifesta, la spaccò in due: un prima ed un dopo.
Alla fine ci lasciammo per incongruenze progettuali, se così si può dire….
Non certo perchè non fossimo più attratti l’uno dall’altra, non perchè quella brace d’inverno si fosse esaurita.
O almeno da parte mia era così.
Dalla sua rimarrà un mistero avvolto tra la nebbia di bugie che le donne dicono a se stesse e presentano agli altri come verità; per convincere loro stesse, ovviamente.
Ma su quel letto di ospedale, dopo dieci mesi di silenzio totale, le mie labbra toccarono la sua mano e …per un attimo, un eterno attimo… fummo di nuovo Ben e Bev.
L’ultimo attimo concessoci.
Ma anche questo succedeva molto tempo fa e tra le tante storie che si sono raccontate su noi due credo che il nostro libro galeotto e l’identificazione con quei personaggi sia rimasto un segreto solo nostro. Una di quelle cose che non si raccontano, sapendo già in partenza che gli altri non sarebbero in grado di comprenderle.
Ed è giusto così.
Anche lasciandone una breve traccia su questo supporto etereo non se ne snatura l’oscuro palpito (i pozzi neri) e l’ignaro lettore fruirà di una sensazione sgradevole quanto passeggera, che si autoconsola dell’estraneità alla faccenda, come di fronte ad un brano di cronaca nera.
O più probabilmente non sarà scintilla per alcun tipo di fiamma in nessun altro.
Ma i ventisette anni sono passati e il mostro si è risvegliato.
E si è risvegliato bene, ma non benissimo.
Io, primo tra tutti, godo come un maiale sfacciato nel vedere sfrondato il lavoro di King.
King è il più monumentale allungatore di brodo partorito dalla letteratura pop.
King ha idee geniali (e anche geniali furti ad altri autori, ma nell’arte è consueto) ed è bravo nel costruire la tensione, generalmente.
Ma il suo trucco è semplice: distrarre il lettore per poi sorprenderlo.
Non sono quelle 50 pagine di sorpresa che mi pesano, sono le altre 900 che servono a distrarmi, che alla lunga… rompono i coglioni.
Un pò il vero motivo per cui ho piantato a metà la saga della Torre Nera e nei famosi 27 anni…non ho mai più riprovato a rileggere il famoso tomo.
Barker ne scrive quasi mille nel suo “Imagica”, Tolkien più di mille contando solo “il Signore degli anelli”… e li ho riletti più e più volte.
Quindi, era possibile fare un film tratto da un racconto tanto complesso quanto prolisso?
Mhhh si.
In effetti è quasi tutto perfetto. Il Clown è ovviamente abusato (come manifestazione tangibile di un orrore onnipresente ma elusivo), se ben ricordo nel libro non è mai così presente come “forma-più-o-meno-definitiva” di It. Però è veramente, veramente, inquietante.
Rende proprio l’idea di un qualcosa di “alieno” che tenti di mascherarsi forzatamente da qualcosa di invitante ed innocuo. Fallendo totalmente.
Se il pagliaccio di Curry era tormentoso ma non così minaccioso (sembrava più un presentatore Tv stalker che uno psicopatico) questo è veramente scostante.
Repelle. Ed è quello che deve fare, secondo me.
I ragazzi sono semplicemente spettacolari.
Ritchie su tutti (sulle spalle dell’ottimo interprete grava un pò tutta la parte fruibile a livello immediato, l’appeal iniziale) che incarna lo scanzonato, sboccato e cianciante spirito del cameratismo adolescenziale. E lo fa in maniera eccelsa.
Ben è un vero ciccione, stavolta. Ma un ciccione di una dolcezza sublime.
Ancora ci chiediamo perchè la parte dello “storico-studioso” del gruppo sia passata a lui, quando sarebbe stata di Mike, ma il personaggio è comunque adorabile ( e forse mi ricorda ancora più me stessoa quell’età: solitario e cacciatore di conoscenza).
Eddie finalmente non sembra Gollum. Sembra un ragazzino gracilino seppur normale, pedante ma che sa tirar fuori anche le palle quando serve.
Bev. Ho detto tutto. Hanno scelto alla perfezione l’attrice ed il ruolo finalmente è come deve essere. La bimbetta (bruttarella) piagnucolosa con le treccine della trasposizione anni ’90 viene sostituita da una guastatrice che si ribella, fuma, ruba, si taglia i capelli a forbiciate rabbiose e che in qualche modo fa innamorare di se al primo sguardo.
Ecco cazzo: QUESTA E’ BEVERLY. Questa è la Bev di cui mi sono innamorato nel libro e nella vita (quella nella vita non aveva i capelli rossi, ma non sono mai stato a questionare) non quella specie di Laura Ingalls senza prateria!
Bill purtroppo non spicca più di tanto, sebbene rimanga il motore di tutta la banda. Non credo sia sbagliata la scelta dell’attore in se, dopotutto.
Il problema è che di fianco a due mostri di carisma come Bev e Ritchie la sua parte di “pseudoprotagonista” risulta piuttosto ridimensionata.
Stan ha anche più spazio di quello che gli avrei riservato, dopotutto è sempre il membro più “border line” del gruppo. Strano quanto la produzione abbia deciso di insistere sul suo essere ebreo e su quanto invece poco traspaia il suo lato iper-razionale e la sua mania di catalogazione. In sintesi, benchè l’attore abbia la giusta faccia da pignoletto cagacazzi… credo che sia uno dei personaggi un pò più sfiorati ma non colpiti appieno.
Mike. Bovero Negro. Gli hanno tolto tutto, compresi i genitori. E il suo essere in qualche modo il vero custode e ricercatore del gruppo è assolutamente rimosso.
In realtà Mike entra nel gruppo un pò tardi e perde un pò di coesione. Non sembra un grande amicone come dovrebbe essere, sembra uno che si accodi ad una processione perchè in fondo stava camminando in un mare di merda…e delle due: la meno peggio.
Inoltre a Mike viene affidata l’arma dello scontro finale… che è una sparachiodi da macello.
Why?
Perchè una sparachiodi?
Perchè non la vecchia fionda?
E la faccenda dell’inalatore di Eddie, che grazie alla furia del ragazzino sortisce lo stesso effetto di uno spray all’acido?
Era fondamentale quella scena. Fondamentale per far capire allo spettatore quanto il potere di It sia la sua stessa debolezza. L’immaginazione del fanciullo come potenza creatrice/distruttrice, arma a doppio taglio per il ragazzo ma anche per il mostro.
E ovviamente tanti saluti al rito del Chud…
La battaglia finale si risolve un pò miseramente a legnate ed insulti (si la sparachiodi è scarica ma ferisce lo stesso… si, ma è tutto un pò troppo veloce e confuso), mentre nel libro è un trip psicologico pazzesco.
Dice “eh ma il pubblico non capirebbe, è troppo mistico, troppo astratto”.
Intanto mi raccomando: Manteniamo sempre l’utenza al livello minimo di funzione cerebrale, non esortiamola mai ad accende per un secondo zone del cervello ormai desuete.
Secondo, ma non meno importante: cosa cazzo ci voleva?
Sono fresco della seconda serie di Stranger Things (CAPOLAVORO). Cosa ci voleva a fare a fare la stessa cosa in It?
Quando Undici parte per i suoi viaggi extrasensoriali, interdimensionali, quando trascende lo spazio tempo e va in quel fottuto posto che sarebbe perfetto per rappresentare I POZZI NERI…. ma cazzo ma lo avete visto??!
Ma quelli che guardano Stranger Things sono tutti geni della metafisica per capire una cosa così semplice?
Bastava fare la stessa cosa, paro paro.
E forse giocare un pò meno con il pagliaccio e un pelo di più con l’orrore cosmico.
Dai ragazzi, un pò di coraggio, cinematografari del cazzo. Dobbiamo sempre sfiorare il capolavoro, ma mai rischiare un pelo per arrivarci!
Però in definitiva, siamo soddisfatti.
Vedremo cosa ci riserverà la seconda parte. Sperando che recuperino una parte delle occasioni perdute e che azzecchino il cast degli adulti con la stessa precisione.
E datecelo il ragnazzo!
Dai.

Ma soprattutto: Che fine ha fatto Henry Bowers in quel cazzo di film????!!!
No, perchè avrebbe un seguito….

33707EEEEEEeeeee  Le donne e gli omosessuali  e i Giudei e i negri e i disabili e i sette pirla che vivono in culo ai lupi e parlano una lingua che capiscono in sei in tutto il mondo, e le mamme e i vecchi e i vegani e i salutisti e i pezzenti e i migranti e i maroni di Don Diego della Vega!
Viviamo in un mondo di minoranze emarginate, vessate e ingiustamente bistrattate. Tutti, poveri loro, con dei diritti umani garantiti perché colpiti da debolezze cosmiche, sventure apocalittiche o flagelli psicosociali.
Siamo tutti commossi perchè poverini tutti.

Il piagnisteo.

Questo è il coro celeste che si eleva dal pianeta verso le indifferenti stelle.
Non il pianto, quello vero, quello inevitabile quanto necessario durante la vita.
No.
Il piagnucolio isterico di chi ha bisogno di più diritti e meno doveri.
In effetti c’è una classe sociale che a mio avviso è interamente ricoperta di doveri e non ha alcun cazzo di diritto. Mi secca parlarne perchè appartenendo a tale classe… c’è di fondo un conflitto di interessi.
Questo involverebbe che nessuno potrebbe mai difendersi da solo, perchè il conflitto di interessi è endemico del sistema umano, ma il discorso diverrebbe troppo astratto.
La categoria in questione, invece, è la concretezza resa materia:
il maschio adulto.
Il maschio adulto non ha alcuna cazzo di scusante etica, sociale, morale, divina, legislativa, aliena, elementale, episcopale, demoniaca o umana in NESSUN campo dell’esistenza.

Nessuna scusante.

Il maschio adulto è chiamato ad un solo ed unico destino: faticare.
Fine.
Sacchi di carne da cannone, cavalli di frisia viventi, i maschi adulti non hanno alcuna fottuta caratteristica intrinseca che li possa classificare come “organismi bisognosi di qualsiasicazzo di aiuto”.
Peggio che peggio se (quella troia di) Madre Natura li dota di un corpicione grande grosso e resistente.

Cazzi vostri fratelli. Cazzi vostri.

La natura vi ha forntio della fortuna più grande che un essere vivente possa ipotizzare sul pianeta: siete i più grossi e feroci della vostra razza!
E indovinate……
NON POTETE USARE L’UNICA VOSTRA FORTUNA!
Non potete farvi valere sfasciando teste o spezzando arti ai cagacoglioni che infestano il pianeta, come giusto.
Eh no. Viviamo nel mondo civile, non siamo più bestie.
Siamo barbari… ma bestie no, eh.
Ma barbari raffinati. Puoi rovinare una persona fino alla disperazione, puoi renderlo uno schiavo, uno zerbino biologico, puoi vessarlo, drogarlo di menzogne, puoi illuderlo e tradirlo, puoi manipolarlo e sfruttarlo…. ma mica puoi puoi sfasciargli la testa perchè SEI PIU’ grosso e lui ti ha rotto in qualsiasi modo i coglioni. Eh no eh…
Non sia mai che ci togliamo la maschera e torniamo a massacrarci a viso aperto onestamente, da maschi adulti.
“Ti spacco il culo perchè voglio la tua terra, le tue greggi, le tue donne e tu c’hai anche una gran faccia da cazzo”.
OOOh questo si che sarebbe liberatorio, cazzo!!!
Io risponderei “dai facciamo a mezzo, per la tua onestà, te lo meriti, veramente!”.
No. Il mondo civile non può permettersi questa involuzione.
Perchè qui si fanno le cose con garbo, giustizia ed equità.
Si uccide con calma e senza sporcarsi di sangue.
Si uccide lentamente, così l’utenza non se ne accorge.
Ergo, l’unica dote naturale che poteva essere utile, la più richiesta e benedetta dall’universo stesso…
..non solo smette di essere una dote: diventa anche il retaggio della dannazione.
Si, perchè se sei grande e robusto e non puoi menare gli altri… beh allora dovrai lavorare per quelli che non possono, è ovvio.
Perchè uno è vecchio e poverino non ce la fa. Uno è storpio. Uno è madre e donna, inabilitata a qualsiasi altra attività che non sia pretendere cure e attenzioni.
Uno è frocio e shampista, mica può spostare delle traversine che gli si fotte la manicure.
Uno ti ha cagato al mondo è giusto che tu lo smerdi quando sarà totalmente inutile ed insopportabile.
Uno lo hai cagato TU al mondo…ed ha tutti i diritti, glie li hai concessi tu, grosso orco imbecille,  e quello li accampa: tutti.
Uno è un menteccato, quindi inutile perdere tempo a cercare di farlo ragionare, meglio fare quello LUI dovrebbe fare.
Tu non ci sei nella lista dei bisognosi .
Tu SEI il bisogno altrui, sei ciò che serve ad una massa sempre crescente di disfunzionali per sopravvivere. Sei il mulo da soma, sei l’albero delle bacche, sei lo scudo e la spada dei tuoi superiori ed inferiori.
Perchè il culo te lo dovrai fare per chi è più debole, ma anche per chi è più forte di te.
I superiori pretenderanno da te che tu copra le falle degli inadempienti.
Sei maschio, in salute e robusto: non hai scuse.
E tu IDIOTA, magari ci crederai anche a questo mito del superman cavernicolo e ti farai veramente il culo per una massa di inadeguati all’esistenza che non fanno altro che piagnucolare.
Ti sentirai un vero EROE del cazzo per la tua prestanza, per il ruolo da imbecille che la storia ha scelto per te.
E mentre pagherai gli alimenti a tua moglie che si fa mantenere da te e dal maestro di Yoga, mentre i tuoi figli ti sputeranno in faccia perchè non puoi mantenerli a vita su spiagge esotiche preparandosi per concorsi canori, mentre i tuoi capi ti spremeranno come un tubetto di triplo concentrato di polpa Mutti, mentre dovrai trovare una badante per tua madre semiparalizzata che si caga addosso, mentre lavorerai dodici ore al giorno e al Sabato mezza giornata… beh cazzo potresti anche avere un pensiero carino per il tuo prossimo! Sei proprio una merda di essere umano.
Non svegli la tua nuova compagna divorziata (che sta cercando di farsi mantenere da te insieme ai due figli di un altro) con una rosa ed una colazione a letto, non fai il teatro dei burattini fatti in casa per  i figli scassacoglioni del vicino, non trovi il tempo di fare otto ore alla settimana di prove del coro (pagando per farle) o di far volontariato al canile che c’è tanto bisogno??!
Beh ma sei proprio una merda! Dopo tutto questo pretendi anche di passare quella mezz’ora del cazzo con i piedi sotto la tavola mangiando una bistecca??
Assassino di merda.
Io dico: “maschio eterosessuale adulto! UNISCITI!” Marcia con i tuoi passi pesanti e sgraziati e riprenditi ciò che è tuo.
La superiorità BIOLOGICA.
Ti sei fatto inculare da tutti.
Ed eri il più grosso ed il più cattivo della tua razza.
Vorrei organizzare una marcia. Una marcia delle clave. Con le clave in mano, davvero.
Solo maschi eterosessuali adulti.
Non per bastonare gli omosessuali, ovviamente. O le donne, o i disabili, o gli imbecilli.
Non per attaccare qualcuno in particolare.
Ma per ricordare a tutti costoro che VOLENDO….si potrebbe anche fare.
Che magari un ringraziamento perchè le loro scatole craniche sono ancora intatte, lo devono alla storia ed alla società.
Che ci avete ficcato così tanto le mani nel culo che sentiamo il sapore dello smalto per unghie in bocca.
Perchè gli altri hanno sempre tutte le scuse. Ma noi no.

E’ DOVUTO.

Beh signori, anche per noi sarebbe dovuto prendere ciò che vogliamo e quando vogliamo perchè siamo più grossi e resistenti. Perchè ci facciamo asfaltare giornalmente mentre potremmo asfaltarvi una volta sola per tutte.
Quindi la vera civiltà sta dalla parte di chi possiede il potere più intrinseco e naturale ma non lo usa per il quieto vivere, per concordato verbale.
Quello è un sacrificio di potenza nei confronti di una “visione” del mondo.
Non è la vostra idea di civiltà dove chi piagnucola e pesta i piedi ottiene più diritti.
Alla natura frega assai di chi più invoca giustizia. Natura sta dalla parte di chi è più adatto e guarda caso i più grossi e brutali sono fatalmente più adatti.
Certo, uno più grosso di me a quel punto potrebbe farmi il culo e portarmi via tutto.
La civiltà mi protegge.

ERRORE.

Lo stanno già facendo, ogni giorno mi rubano tutto: denaro, lavoro, dignità, speranze, futuro.
E sono più forti di me ma non intrinsecamente. La storia li ha resi più forti di me per meriti economici, sociali, di genere o puramente aleatori.
I miei superiori non sono ne più forti ne più intelligenti di me. Sono li per caso.
Ergo io, maschio adulto, sono sotto i colpi di tutti: quelli superiori e quelli inferiori a me.
E io devo anche sorridere, inventare storielle, fare il bravo papà che legge le favole, investire nella raccolta differenziata, nell’energia pulita, aiutare i miei vicini, stare a sentire le stronzate di parenti e colleghi…..

Sempre io.

Un pezzo di acciaio sotto i colpi di due martelli, uno sopra ed uno sotto che non fanno altro che lamentarsi della mia intollerabile condotta di pezzo di ferro informe.
Ma vi rendete conto, per Dio, che chi  state battendo dovrebbe battere voi?

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Non stavo meglio sotto l’ombrellone.
Stavo meno peggio, che è una cosa completamente diversa.
Il rientro dalle ferie è un’asciata a due mani dritta sulla cervicale, comunque.
Ma in ferie non mi sentivo salvo.
Non mi sento più salvo da lustri ormai.
Mi sento come un carcerato che si goda l’ora d’aria, durante le ferie. Ne più ne meno.
E’ vero non sono proprio dentro una cella oscura e muffosa, ma sono comunque circondato da carcerati che eviterei volentieri e c’è comunque qualcuno con un fucile puntato su di me a controllarmi.
Ormai, quando ti fa schifo tutto l’impianto che ti circonda, quando ti ha fracassato le palle a tal punto da aver superato ogni stadio di rabbia, noia e rifiuto… non c’è più alcun appiglio.
L’età inoltre non aiuta.
Ha ragione Paolini: “quello che sei in potenza a vent’anni non lo sarai mai più. Alcune cose si seccano e muoiono; le perdi.”
Oddio, dei miei vent’anni non ho alcun ricordo che possa in qualche modo essere associato alla “potenza”. Non avevo molto più entusiasmo positivo nei confronti della vita, e il livello del mio pressapochismo era l’unica cosa “epica” che potessi vantare di avere ottenuto.
In effetti a quarant’anni suonati sto appena cominciando a sviluppare quel minimo di perizia nel fare le cose che di solito è rilevabile già in un sedicenne.
Forse per questo ci sono sedicenni che cantano, disegnano, scrivono e vanno a figa infinitamente meglio di me?
La risposta è SI.
Ma alla mia età il problema si sposta su un altro interrogativo: perchè fare tutte queste belle cose?
Quando sei piccolo ti inventi disegni o storie per celebrare ciò che ami nell’intento di riempirti il pomeriggio. Perchè quando sei piccolo… il pomeriggio di un singolo giorno, cazzo, non finisce mai.
Il tempo è enorme quando sei piccolo. Me lo ricordo perfettamente.
Era un’impresa far venire sera.
Non so, a livello scientifico, a cosa minchia sia dovuto.
Il cervello era più veloce?
il bioritmo era accelerato?
Era semplicemente un eccesso di tempo libero costretto tra quattro mura ?
Ma qualcosa bisognava inventarsi per far passare il tempo.
Fai origami, scolpisci col pongo, disegna con le matite… è un pò uguale.
Ma corri il rischio di crederci, di lasciarti illudere che tu sia speciale, che tu abbia qualche capacità straordinaria, che su di te sia caduto un raggio magico di fortuna cosmica.
Crescendo e confrontandoti con gli altri scopri che non è così.
Non sei altro che uno dei tanti che ci provano, che vorrebbero “essere”. Molti di questi sono dei mostri di bravura rispetto a te e a loro volta anche essi non sono altro che tanti fra i tanti.
Poi sei un uomo di mezza età. Di colpo.
Non sei stempiato, non hai i figli da andare a prendere a scuola, non hai una moglie che ti rompe le palle… ma non sei nemmeno uno che (per usare un gergo che mi fa vibrare le gengive dall’odio) “ce l’ha fatta”.
Ora, a quarant’anni… rispetto al me stesso di vent’anni…. cosa è cambiato nella mia idea immaginifica di qualcuno “che ce l’ha fatta”?
Bella domanda.
Posto che nemmeno a vent’anni sognavo la famigliola del mulino bianco e un buon posto di lavoro, devo ammettere però che qualcosa per strada si sia persa.
Non sognavo certo di essere ancora legato ad un lavoro che non posso altro che odiare e ad una condizione economica che è un pattinaggio artistico sul debito. Non sognavo certo di non aver concluso un cazzo in nessuno dei campi di mio interesse se non a livello puramente personale.
Eppure… eppure….
Oggi come oggi non mi interessa molto il riconoscimento altrui. Sono stato comunque invitato a partecipare delle mie misere capacità a progetti creativi esterni al mio culo e comunque la dignità l’ho sempre portata a casa.
Non provo invidia per l’illustratore che sta dall’altra parte del tavolo a disegnare come una scimmia in gabbia nelle fiere Nerd perchè lui è dalla parte giusta del tavolo.
Provo invidia perchè lo vedo incontrovertibilmente disegnare meglio di me lì, in real time, nel fucking real world.
A questa età, credo, si arriva allo scontro finale tra “l’essere” e “l’avere”.
O si comprende ciò che si è diventati e lo si accetta…. o si sopperisce con orpelli esterni per nasconderlo.
Ovviamente non solo non possiedo il denaro per sopperire ai mostruosi buchi del mio “essere”, ma per inclinazione personale non sopporto quel tipo di transfert psicologico.
Ergo, i buchi sono ben visibili a me.
Agli altri chi se ne frega, ma ho il fondato sospetto che li vedano bene anche loro.
Compresi quelle che per me non sono lacune, come la permanenza sotto il tetto natìo e tutto ciò che comporta. Una deresponsabilizzazione per i più, mentre io trovo molto più deresponsabilizzante la loro fuga verso un radioso futuro di divorzi ed alimenti.
Perchè in sintesi, adesso, alla mezza età….come vedo l’uomo “che ce l’ha fatta”?
Eh, qui iniziano le dolenti note di una sinfonia in minore di cazzi acidissimi.
Ormai spoglio degli idealismi legati alla gioventù, ormai convinto da tutto il mondo che mi circonda che tutto quel carico di moralità ed etica di cui gronda il chiacchiericcio civile non sia altro che un grande incantesimo senza consistenza…..l’uomo arrivato, per me è più o meno così:

1)Non DEVE DOVER lavorare. Ha già fatto i soldi, se lavora è perchè ne ha voglia. Quindi può scegliere anche cosa fare e quando farlo. Del tipo “ormai sono Forattini, se ho voglia di fare una vignetta sul tuo giornale la faccio, se mi stai sul cazzo impiccati, tanto io sono Forattini comunque”.
Non necessariamente questo involve fumare sigari a bordo piscina di una villa in California.
Ma quantomeno non avere più quell’orologietto urlante sul comodino come prima scusa per suicidarsi ogni giorno.
E non è poco.
Obiettivo completamente mancato, ma è abbastanza ovvio che ci sia dell’utopico in tutto questo, se non del fantasy (quindi rimango nel mio campo), ed anche nel caso…. difficilmente senza particolari capacità e/o botte di culo galattiche un obiettivo del genere può essere raggiunto.
Io ho sputtanato i soldi per tenere il fortino familiare in piedi ed adesso non li ho.
Altri se li sputtanano per costruire un nuovo fortino familiare tutto loro e alla fine non ne avranno.
Non cambia un cazzo, abbiamo fallito tutti. Se qualcuno ce la fa è perchè ha a monte qualcuno che lo foraggia. Altre possibilità (Zuckemberg, Gates ecc) sono statisticamente così misere da non poter essere considerate. Non le nego, ma … vaffanculo.

2) DEVE vivere da solo. Possibilmente anche senza animali domestici.
Questo non involve essere dei disperati di cui nessuno percepirà la mancanza fin quando la decomposizione non informerà tutto il vicinato.
Involve invece non dover fare i conti con nessuno, non avere nessuno che rompa i coglioni su qualunque sia la nostra abitudine, non dover vedere per forza qualcuno. Posto che anche sulla convivenza ormai ho delle enormi riserve, mi preparo a dichiarare guerra anche ai rapporti stabili e continuativi. Ho cercato in buona fede, veramente, di convincere le persone che non funziona il fatto di rompersi i coglioni di continuo e all’infinito. Ma veramente ho cercato di proporre soluzioni alternative, visioni folli, ipotesi rocambolesche.
NIENTE.
La gente invece vuole rompersi i coglioni, a tutti i costi.
Per lamentarsi di averne i coglioni rotti.
I brividi e la sicurezza non possono coesistere.
Se rimani in taverna sotto un cumulo di pellicce nessuno ti nuocerà, ma non cavalcherai nemmeno draghi o troverai tesori favolosi. O ti sporchi le mani  e rischi di sanguinare o, alla lunga, ti romperai i coglioni!
Questo è il prezzo della sicurezza, della stabilità.
Un prezzo che non intendo più pagare, e qualcosa dentro di me inizia a protestare violentemente.
Perché sono un hobbit anomalo: non sono un grande ed impavido guerriero ma ho bisogno di avventura.
Ma no, anche dai caotici neutrali più egocentrici ed erratici del globo ho dovuto sentirmi fare richieste da legali ingessati ed inamidati.
Ed alla fine hanno vinto le promesse conservatrici ai sogni progressisti.
Oh che mossa destra per un’ideologia così sinistra….
Ovviamente il fatto che nessuno rompa i coglioni è esteso dal punto principale: non dover lavorare per forza. Altrimenti addio …

3) Non ricco, ma neanche alla canna del gas.
Devo ammettere che nell’arco degli ultimi vent’anni questo è il periodo in cui ho più stabilità e prosperità a livello economico. Ovvero sono finalmente arrivato al tanto agognato livello “pezzente”.
Che da “canna del gas” è già un’evoluzione quasi impensabile.
Mi accorgo, ovviamente, ora che posso permettermi di sublimare le mie inadeguatezze con lo shopping compulsivo tanto caro alla mia epoca che…..
…… non me ne frega più un cazzo di possedere nulla.
A parte qualche videogioco ogni tanto (I videogiochi hanno un rapporto prezzo/tempo-in-cui-mi- tengono-impegnata-e-drogata-la-mente inarrivabile) o qualche fumetto (che non leggo: guardo le figure e mi mastico il fegato perché io non sono in grado)… del resto non mi frega più un cazzo.
Le miniature ormai mi fanno sentire solo ed abbandonato. Mi ricordano di epoche in cui si era in tanti e si avevano sogni e speranze vive e tangibili.
Ora sono un puro esercizio di stile cromatico. Le dipingo solo se sono così belle da giustificare la propria esistenza da soprammobile. Se il costo in tempo/energia è troppo alto… lascio il mobile alla polvere.
La polvere è l’unico vero elemento dell’universo da meritarsi il nome di soprammobile.
Avere quel gruzzoletto per campare involve anche non dover lavorare per forza, principalmente, più che cavarsi le voglie che ormai non sono più nemmeno voglie, in sintesi.
Parentesi a parte per le TROIE.
Perchè se uno vuol veramente star da solo, senza rapporti stabili, senza legami vita natural duranti…. beh un budget TROIE lo deve per forza mettere in conto.
Qui, più che la morale, mi pento della mia scarsa intraprendenza, visto che non saprei nemmeno da dove cominciare….
Si, perchè non parlo di troie da viale e pompini sui sedili dell’automobile.
Parlo di troie che (come per le miniature) devono valere il loro prezzo. Se devo pagare per scoparmi una tazza del cesso…Porn Hub fa già il suo porco lavoro per portarmi allegramente all’autonoma risoluzione del problema.
Intendo scopare roba che, di sua sponte, non mi toccherebbe nemmeno con una canna da pesca d’altura (e io mi schiero dalla sua parte, intendiamoci), ma che per lavoro lo farebbe. Roba che ci farei la firma per trombare almeno una volta.
Ordunque… visto che tutto si vende e si compra… anche la mia VITA DEL CAZZO TUTTI I FOTTUTI GIORNI…. perchè su quello dovrei porre un veto?
quindi:

4) Deve essere uno che ha capito ed accettato come funziona il mondo.
Non vuole, con uno sforzo titanico, impossibile e utopico cambiare il mondo per renderlo identico da una sua epica (quanto impraticabile) visione.
Sono nato con le ali? allora devo volare.
E’ inutile che mi sforzi in esercizi di apnea infinti ed infruttuosi perchè volevo essere un pesce. Sono un cazzo di uccello se ho le ali. Punto.
Da qui alle troie il passo è diretto. Non me la danno perchè tanto non sono bello, non sono ricco e manco le so convincere con l’ipnosi? beh le pagherò.
E visto che del resto non mi frega più un cazzo, sono probabilmente gli unici soldi ben spesi che si possano ipotizzare.
Perchè è così che va il mondo. Come dice giustamente non ricordo chi in che cazzonesò di film (ma credo sia Tyler Durden in “Fight Club”) :”Infilarti le piume nel culo non farà di te una gallina!”.
Ed è così.
Si vede che il mondo va così.
La gente mente, tradisce, intriga e fa affari per il proprio tornaconto.
Come gli animali tendono agguati, inseguono, sbranano, uccidono e fottono per sopravvivere.
La visione Disneyana del bosco con gli animaletti parlanti ed amiconi è bella. Più bella della realtà. Infinitamente più bella. Se potessi sceglierei quella, veramente.
Ma non posso.
Per lungo tempo ho considerato tutto questo ragionamento come un “arrendersi”.
Una manifestazione di debolezza.
Oggi come oggi inizio a supporre che sia una manifestazione di insanità mentale voler tener duro controcorrente per tutta la vita, beandosi anche (molto cristianamente) del fatto di avere tutto l’universo contrario.
Le cose vadano come devono andare. Il punto è solo uno “cosa ti va o cosa non ti va di fare” e trovare il modo per fare o non fare quelle determinate cose.
Macchiavellicamente potremmo dire: a qualunque costo.
Su questo punto sono indietro come le ciliege a Novembre. Ma qualcosa, ogni giorno, dentro di me… si ribella sempre più violentemente. Un giorno il guscio in cui è rinchiuso esploderà… e molti avranno molte sorprese.
Perchè io faccio così… o tutto o niente.
Quindi non sarò più riconoscibile DOPO. Chi ama il PRIMA se lo goda prima.
Da poco tempo ho a che fare con anime più giovani della mia. Comincio a sentirne la distanza su questo punto….

5) Chi è “arrivato” ha smesso di voler dimostrare qualcosa a chiunque, anche a se stesso. Ovvero fa tutto ciò che ha voglia di fare, come gli va di farlo e basta.
Che tanto fare il figo al karaoke o andare al bar a millantare le proprie avventure sessuali è la fottuta stessa cosa. Facciamo tutto per darci dei punti social in più. Dal vestirci al truccarci al comprarci l’automobile.  Chi lo fa per se stesso e per il proprio piacere unicamente, per aumentare solamente il livello di sopportabilità della vita, è uno che ce l’ha fatta.
Se devo disegnare per lavoro già non sto più facendo ciò che voglio quando voglio.
Non ci deve essere un committente di alcun tipo, non devo pormi il dubbio sull’accettazione o meno del mio operato: troie comprese.
Questo ultimo obiettivo non credo mi sarà mai raggiungibile.
Perchè anche escludendo gli altri io non sarò mai capace di perdonarmi nulla.
E già questi foschi pensieri, che in realtà sono figli unicamente della verovisione della realtà e della presa di coscienza della mia umanità…. mi pongono già in fase autodafè.
Così faccio cose che non farei ( perchè NON MI VA PIU’) per scusarmi.
E si ricomincia col circolo vizioso di virtù forzata-senso di colpa-sacrificio- insoddisfazione- incazzatura- far danni- senso di colpa- virtù forzata.
Bella la vita.
Si insinua come un cancro nella morte.

L’incapacità

Mi si crepano gli occhi come murrine sotto una pressa.
Sento le schegge di vetro della parte superficiale partire come proiettili di ghiaccio.
Quel suono scrocchiante di biscotto cristallino, il fragore fulminante della crepa nella materia.
Non scrivere per non scrivere sempre le stesse cose, o scriverle tanto per ricordare a me stesso che in fondo sono un topo grasso in un labirinto stretto, senza via di uscita.
Oppure scrivere, con la stessa intermittenza insistente di una campana funeraria.
Lo stesso suono, ripetuto con lentezza scostante. Tanto da creare l’insopportabile suspance nelle pause: ma avrà finito? Sarà l’ultimo rintocco?
Dopo essere stato soffocato da un calore alieno, marziano, per lunghi mesi eccomi di nuovo dolorante e rugginoso a massaggiarmi le giunture ai primi freddi.
Ecco l’omino di latta, senza cuore che invoca un bricco dell’olio per poter sperare ancora di muoversi.
L’omino di latta è sempre stato il mio personaggio preferito de Il Mago di Oz.
Forse perchè non mi sono mai sentito particolarmente codardo, stupido o semplicemente ansioso di tornare a casa. Non particolarmente, ho detto. In realtà ho provato queste cose a più riprese ed anche contemporaneamente (come tutti, suppongo), ma non a tal punto dal pormi un dubbio esistenziale.
Ma senza cuore, quello si.
Ovviamente non a corto di bontà come si potrebbe supporre banalmente avendo la nostra lingua una semantica incasinata sulla funzione del muscolo cardiaco, da secoli.
Ma a corto di sentimenti.
E con la pelle di latta.
Ovvero vuoto interno e impenetrabilità esterna. Unico vero nemico apparente: l’umidità.
Temere l’ossidazione perchè porta le parti a bloccarsi, a incastrarsi, a rifiutare il movimento.
Come percepisco rabbiosamente da qualche anno a questa parte: qua tutto grippa.
Grippa, come si dice nelle mie contrade, non scorre, si incastra, ci mostra in maniera plateale quello che è uno dei temi universali più fastidiosi e meno considerati dall’umanità: l’attrito.
Fa tutto attrito. Le cose non si incastrano, non scorrono, non entrano o non escono da dove dovrebbero, non scivolano, si trascinano a vicenda lacerandosi, cadendo, distruggendosi.
Come le mie giunture “in questo settembrino nebbieggiare alto che macchia l’appennino”(cit.).
E non provo molto se non una noia logorante che mi strema.
Una noia che rivaleggia con lo spleen di baudeleriana memoria. Un disgusto leggero nei confronti della vita.
E non provo niente dentro. Nella cassa risonante del mio torace fesso non c’è traccia di un cuore, ma subito sotto: tanto grasso. Tanto.
Che non posso nemmeno usare per lubrificare le parti cigolanti. Un grasso inutile ed implacabile, che alla fine vince sempre, che torna sempre, che è un destino, una condanna millennaria, un demone più forte di qualunque volontà e più antico del tempo, che alberga nel mio ventre.
Ghignante ed appallottolato.
La mia incapacità principale riguarda la felicità. Non so cosa sia, non ne conosco la gestione, non saprei come rilevarla anche se mi pendesse di fronte agli occhi.
E in fondo la fuggo e l’aborro, come tutte le cose che siamo COSTRETTI ad inseguire e da cui saremo dipendenti dalla culla alla bara: come il cibo, come l’acqua, come l’aria… come il lavoro.
Per non dover sprecare ulteriore energia anche nei confronti di questo fuggevole fuoco fatuo ho abdicato dalla ricerca di essa lustri or sono. Archiviandola tra le ricerche impossibili, come cercar draghi o rovine d’Atlantide.
Ed ora nemmeno credo più in quella altrui, che in tempi più rigogliosi ho invidiato, ma che come è sua natura non ha retto alla prova del tempo e si e mutata in mesta normalità (nella migliore delle ipotesi) o in vera fonte zampillante di infelicità.
Strana natura questa felicità.
Così instabile da non poter mantenere forma finita e definitiva, nel suo essere scintilla di falò nella notte: ardente e svolazzante per pochi secondi,  lasciando l’eternità al muto gelo della roccia.
E forse il mio corpo di metallo sente di provenire dalla roccia. Dalla sua stabilità immota, silenziosa, deprimente.
Sente il suo retaggio di minerale nascosto, sepolto.
Mentre alzo l’ascia e sento le prime gocce di pioggia vorrei piangere due lacrime d’olio per chi ci tiene veramente a questo burattino metallico… vuoto come una pentola.
Ma lo scricchiolio delle giunture mi ricorda che il tempo dell’azione è finito.
Essere una statua di ferro imbullonato o di pietra non fa molta differenza…..

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Ormai sono sulla soglia della mezza età.
Quel mezzo del cammin di nostra vita che per menti più poetiche fu un’età decisamente più bassa. I trenta anni di Dante sono i miei quaranta.
Non cambia molto a livello di selve oscure.
Anche se avrei volentieri puntato allo “splendido quarantenne” di morettiana memoria, devo ammettere di aver mancato l’obiettivo senza nemmeno sfiorarlo.
In sintesi, sulla soglia di questo portale totalmente illusorio e totalmente inventato, non mi pongo nemmeno più le mie tormentate domande.
Ho delle risposte.
O, meglio, ho una risposta.
Una sola risposta che è di nuovo il grido biblico di Qoelet: tutto è vano, tutto è inutile.
In sintesi: non me ne frega più un cazzo di cazzo di niente.
Ma niente, veramente niente.
Non c’è più nulla che mi emozioni, nulla che rapisca la mia attenzione, nulla che mi possa sembrare, a qualunque livello degno della fatica di essere fatto.
Persino lo stimolo sessuale sta scemando verso lo zero. Ho più erezioni prostatiche mattiniere che erezioni di fronte all’immensa offerta pornografica di PornHub.
Sono vecchio. Dentro.
Mi sento terribilmente vecchio.
E tutte le cose che mi circondano, che ho fatto, per le quali ho lottato, ho creduto e sudato… mi sembrano vane.
La vita stessa mi sembra ormai solo un inutile spreco di energie, un agitarsi contro l’inevitabile vuoto che sta avanzando.
Prima che i miei uterini detrattori stappino lo spumante, voglio rassicurarli sul fatto che ancora (e anzi, SEMPRE PIU’) sono convinto che mettere su il circo familiare non mi avrebbe dato una differente spinta o una prospettiva di più ampio respiro.
La mia infelicità è congenita, la mia insoddisfazione è invincibile, e la mia soglia della noia, ormai, rasenta frazioni di secondo irrilevabili se non a livello atomico.
Sono stanco.
Direi che l’unica vera sensazione che ancora mi pervada e che io riconosca come emozione umana è la stanchezza.
Stanco di lavoro, stanco di madri, stanco di case, stanco di donne, stanco di ciccia, stanco di malanni, di freddo, di caldo, stanco di essere stanco.
Stanco di tutte queste imprese eroiche in cui tutti GLI ALTRI mi coinvolgono e che devono poi andare come LORO hanno deciso. Esausto di dover tirare e spingere massi ciclopici perché qualche faraone possa godersi la propria tomba.
Stanco di dover sempre far felice qualcuno e non trovare mai qualcuno che faccia felice me.
E la colpa in questo senso non è nemmeno altrui. Perché in tanti ci provano, a farmi felice, e io provo anche una tenue compassione nei loro confronti.
Non possono avere idea del mio livello di aspettativa, dell’altissimo grado di meraviglia ormai necessario per scuotere momentaneamente il mio torpore.
Sto diventando una pietra, mi sto diluendo, rarefacendo….o come la ciurma di Davey Jones inizio a fondermi con la nave stessa, perdendomi, dissolvendomi nel tutto… quindi anche nel nulla.
C’erano opzioni percorribili che avrebbero portato  la mia esistenza ad un tenore più accettabile?
Ah, da fuori sicuramente parrebbe di si. Dall’interno… non molte.
Ho sempre cercato di FARE, di mettermi in mostra con una certa nobiltà senza sforare nell’invadenza. Ho sempre accettato le sfide che credevo avessero a che fare con me e rifiutato quelle che percepivo “aliene” alla mia sensibilità.
Non è mai arrivato nessuno a dirmi o darmi l’occasione salvifica.
Oh, si da fare tutti me lo hanno dato. Ma da fare qualcosa che avrebbe elevato anche me: NO.
Ho lavorato prevalentemente non pagato in campo artistico per tutta la vita. I veri lavori che ho fatto mi sono serviti unicamente per lo stipendio, per tutto il resto con essi non mi ci pulirei nemmeno il culo per stima nei confronti del mio sfintere.
Eh, mi dispiace. Nessuno mi ha mantenuto mentre cercavo la mia strada, mentre realizzavo uqesti famosi, occidentalissimi, mercantilissimi, capitalissimi SOGNI.
Non potevo sfoderare né l’abusata carta “paparino con i soldi” ne la famosa “ti faccio i pompini e tu mi mantieni”.
Così non sono diventato un illustratore perché non ne ho le abilità, non sono diventato un cantante lirico perché non ci ho creduto quando ero il momento giusto (e comunque non credo ce l’avrei fatta) e non ho potuto nemmeno cercarmi qualcosa di meglio mentre ero incastrato tra conti e stipendio.
Si lo so che la terra è piena di supereroi che sono capaci di fare entrambe le cose.
Io non sono un supereroe. Ma per me c’è ben poca pietà in giro.
Gli altri falliscono perché “poverini” avevano qualche impedimento inaffrontabile, io fallisco perché sono un povero coglione.
E va bene, MI STA BENE.
Tutto questo ormai mi sta bene perché NON ME NE FREGA PIU’ UN CAZZO.
Di voi, del pianeta, della razza e di tutte le sue possibilità.
Potremmo sprofondare tutti in un baratro senza fine adesso, in questo momento, e la sola emozione che proverei sarebbe un’insperata LIBERAZIONE.
Era GIUSTO che gli umani campassero quarant’anni!
Io sono pronto per il vuoto, per l’oblio, per il nulla.
Questo posto non ha più niente da darmi o dirmi. Ogni giorno è lo stesso giorno ripetuto con varianti minime. E’ un dejavu simultaneo, un flashback nel presente.
Mi sta bene sparire.
Ho cantato, ho disegnato, ho scopato, ho comprato, ho posseduto ed ho perso quello che POTEVO, non quello che VOLEVO.
Quarantanni di questa tortura sono troppi, non sono solo sufficienti.